In Maremma, dalla “vita agra” all'”agro turismo”

E’ fin troppo facile ricordare Bianciardi nel contesto prevedibile, ma ugualmente doloroso, della recente notizia de Il Tirreno che annuncia, nella regione più vocata all’ospitalità agricola, la chiusura di 70 strutture agrituristiche. Diciamocelo, l’agriturismo ha emancipato economicamente una zona che originava dalla fatica dei campi, della bonifica, dalla miniera e immaginarsi i minatori-contadini diventare host su Airbnb o operatori su Booking.com potrebbe riempire il cuore. Vedere, dopo trent’anni passati altrove, la Maremma riqualificata nelle costruzioni agricole e sulle strade bianche lo scorrazzare di potenti suv 4×4 dalle targhe del nordeuropa che alternano l’antico e ballonzolante incedere dei trattoroni su gomma o quello vibrato dei cingolati, metteva l’animo in pace.

Il venir meno di 70 agriturismi (che forse potevano rappresentare una sicurezza) è un po’ come scoprire che la sicurezza economica che animava i minatori ai tempi di Bianciardi non era poi così sicura.

Negli ultimi anni, quelli che mi hanno riportato in Maremma, ho avuto modo di percorrere questa terra “agra” in lungo e in largo, mi sono confrontato con professionisti del marketing che conoscono per filo e per segno il settore agrituristico, ho chiesto meccanismi e tecnicismi a esperti del settore per comprendere come un sistema così esteso potesse sostenersi. Favorito dall’essere figlio di alberghieri che a un certo punto si sono dati ai coltivatori diretti conosco bene il rapporto tra resa turistica e resa agricola. Che dire? Se percorri due, tre chilometri a caso nella campagna maremmana è facile trovare fino a venti tabelle consecutive di agriturismo. Come fanno a funzionare tutti?

Per una semplice regola di mercato e di concorrenza mi azzardai a prevedere nel prossimo decennio la chiusura di almeno la metà delle strutture che si sono date a questa che, all’inizio, veniva definita “integrazione al reddito”. Poi i prezzi delle produzioni agricole sono crollati, l’uva per esempio c’è chi la vende a 100 euro al quintale ma c’è anche chi è costretto a liberarsene a 12 o 13 euro al quintale. C’è chi fa il bilancio per equilibrare il reddito agricolo che deve sempre e comunque superare – anche se di troppo poco – il 50%, rispetto a quello ottenuto dal settore dell’ospitalità. E a prezzi agricoli crollati quanti euro o ore/lavoro (si può anche fare un bilanciamento orario, ma non ho capito bene il funzionamento) vale un ettaro di terra?

Finite buona parte delle sovvenzioni, finiti i bonus in conto capitale, le aziende soffrono per la parte “agricola” e adesso iniziano, dopo almeno un decennio di attività, a doversi riconvertire alle nuove esigenze dei turisti, a rinnovare camere e strutture, a sbattere la testa con la distribuzione internazionale che si porta via il 20% buono della produzione turistica. Ecco allora che il contadino, che prima si barcamenava tra miniera e podere, adesso si trova a dover combattere con i listini internazionali dei prodotti agricoli e il release o l’allotment sul contratto di Booking.com. Insomma un faccia a faccia tra un contadino con il Chicago Board of Trade e le dinamiche del Nasdaq – fino ad oggi viste a natale nel film “Una poltrona per due” o con Gordon Gekko in “Wall Street” – anche se “scarpe grosse e cervello fino” e con tutto il rispetto per i contadini maremmani, il confronto mi sembra impari e fors’anche presuntuoso.

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Se è vero che le crescite repentine portano, prima o poi a decrementi piuttosto significativi, non c’è da stare tranquilli.

La crescita numerica degli agriturismi toscani dal 2007 al 2013 è stata costante con circa 100 strutture in più ogni anno (nel 2007 erano 3.787 e 4.537 nel 2013), mentre nel 2014 le strutture agrituristiche sono scese a 4.049 con circa 8.000 posti letto persi nel 2014. L’emorragia maremmana: la maglia nera in questa perversa classifica tocca alla provincia di Grosseto dove nel 2014 a chiudere sono state 74 strutture a fronte di 19 agriturismi sorti.

Si, sono troppi e troppo in concorrenza tra loro e, per giunta, i parametri che supportavano questa iniziativa, se andavano bene 10/15 anni fa, adesso non sono più compatibili, il panorama turistico e quello agricolo odierno non hanno niente a che vedere con quello da dove questa storia è partita. Non si tratta di bravura o meno, certo che l’imprenditore coraggioso avrà fatto delle scelte (produzioni di pregio) che gli consentono di tenere in equilibrio le due parti dell’iniziativa agri turistica, ma quello che mi pare rappresenti il debole dell’iniziativa è il fatto di aver puntato, come dico sempre, di più sulla parte “turismo” rispetto alla parte “agri” mentre è proprio l’impreziosire la seconda che può portare giovamento alla prima.

Adesso gli operatori agri-turistici sono chiamati ad agire in due settori nei quali l’Italia riscuote un eccezionale appeal ma che, allo stesso tempo, soffre di una scarsa competitività a livello internazionale, in sostanza si è cercato di aiutare un settore in crisi portandolo ad operare in un altro settore ad altissimo tasso di competitività e sviluppo tecnologico. Uno scherzetto da poco? Non saprei, c’è da rimboccarsi le maniche e rendere efficiente un comparto dell’offerta turistica che in condizioni precarie potrebbe dissennatamente fare concorrenza a alberghi e case vacanze e purtroppo, quando restare a galla è l’imperativo, sottrarre qualcosa alla fiscalità nazionale.

Adesso il contadino operatore turistico si trova schiacciato tra le potenti mura del Chicago Board of Trade e il contratto di Booking.com (capitalizzazione di borsa 60 miliardi di dollari) e lo vedo piccolo, troppo piccolo quando si accorgerà che forse il turismo è agro e difficile come la terra e fors’anche la miniera.

Non bastano più, anche se vanno fatti, i corsi di formazione e d’emancipazione, qua è necessaria una riforma strutturale dell’offerta e del sistema agri turistico che finirebbe per incasinarsi ancor di più se gli operatori maremmani, che sono in difficoltà, per restare a galla, verranno chiamati a dover offrire: “Attività educative, ricreative, nidi d’infanzia, accoglienza a persone con disabilità, riabilitazione e socialità, sono questi i nuovi servizi che si potranno trovare negli agriturismi toscani“.

Poi c’è anche qualcuno che sui social liquida così la notizia: “Chiusi per diventare ville con tanto di piscina per i figli dei proprietari…“. Ma questa è un’altra storia.

Robi Veltroni

Robi Veltroni

Robi Veltroni è il fondatore di Officina Turistica. Venditore di camere, si occupa di marketing e pubblicità nel turismo da circa vent’anni. Ha iniziato a lavorare in albergo nel 1979: dopo aver vissuto nei viaggi degli altri per oltre trent’anni, si è trasferito in Maremma. Membro del comitato di programma di BTO – Buy Tourism Online. Attualmente è direttore d'albergo, consulente in direzione delle aziende turistiche e dell'ospitalità, formatore in management alberghiero, marketing turistico e web marketing.

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2 Commenti
  • Antonio Pezzano
    Antonio Pezzano
    gennaio 4, 2016

    Gli agriturismi sono cresciuti per molti anni sull’equivoco che la qualità e il campo di azione (quali servizi offrire) possano essere fissati per legge (che tra l’altro impiegano decenni per adeguarsi al mercato).

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    Fabrizio Begossi
    gennaio 10, 2016

    Ogni giorno che passa l’intuizione all’origine dell’agriturismo acquista valore: in Italia e all’estero non è mai stata forte come ora la domanda di autenticità, legame con il territorio, sapori locali. Gli agriturismi che riescono a creare un circuito virtuoso tra produzione dell’azienda agricola e ricettività prosperano, quelli che insistono a posizionarsi come alternativa economica agli hotel sono destinati a soffrire per una concorrenza multiforme e sempre più agguerrita, ma anche per le mutate aspettative dei turisti.
    Sarebbe un peccato non cogliere l’occasione, perché – pur tra molti problemi – il settore gode di un’ottima reputazione, come testimonia l’elevata fidelizzazione del suo pubblico.

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