A.A.A. Lavoratori digitali cercasi, una lettera a Giovanni Arata

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Caro Giovanni,

ho letto con molto piacere il tuo pezzo sui lavoratori digitali (http://www.chefuturo.it/2016/04/lavoratori-digitali-cercasi/). Concordo con molte delle cose che dici, ma vorrei ampliare la riflessione, soprattutto per quel che riguarda il nostro Paese. Ci sono dei motivi più profondi, secondo me, in quel gap che tu ricordi. Alcuni che vengono da lontano, altri più recenti.

Da lontano viene una diffusa indifferenza (per esser buoni) verso la cultura scientifica e tecnica. Anche a me, come a Carlo Rovelli, “piacerebbe che l’Italia fosse orgogliosa di Galileo, non solo di Raffaello”, ma vedo un gran battage sui nostri meriti in campo artistico, e veramente poco su quelli scientifici (e spesso sarebbe meglio non vederne). Finché ci saranno “lavoratori digitali” che non hanno mai messo le mani in un pezzo di codice o ci si farà belli nell’affermare che “di matematica non capisco niente” non si andrà molto lontano.

Da docente so che preparare persone con le competenze richieste dal mercato è cosa difficile e faticosa. Mi viene sempre in mente una bella frase di Gramsci: “Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza.” Questa fatica, noia e sofferenza, quanti oggi vogliono metterla in campo? Perché è così affascinante raccontar storie digitali ed è così difficile suscitare entusiasmi quando si affrontano questioni più tecniche, come linguaggi di programmazione o metodi di analisi dei dati?

Le aziende lamentano la mancanza di persone “preparate”. Ma preparate per che cosa? E’ vero che il nostro sistema educativo ha molte pecche, ma qual è (o dovrebbe essere) l’obiettivo?

Secondo me “preparar persone” vuol dire fornire strumenti e metodi per insegnare ad affrontar problemi e a risolverli con apertura mentale e creatività, mettendo in gioco discipline, metodi e tecniche diverse, non vuol dire preparare scimmie ammaestrate pronte all’uso. La prontezza all’uso specifico dovrebbe essere demandata agli ambienti (aziende) nei quali quelle persone poi dovranno inserirsi. Ma queste mi pare che ci sentano poco da questo punto di vista. Quante hanno in piedi programmi di formazione specifica? Quanti selezionano sulla base di criteri generali per poi “addestrare” i prescelti agli strumenti particolari? Avrò forse una visione parziale, ma ricevo spesso richieste molto circostanziate, anche troppo, che ovviamente sono quasi impossibili da soddisfare.

Il problema della carenza di competenze digitali si risolve, se si risolve, mettendo in campo, oltre alle tue validissime proposte, anche un deciso cambio di mentalità. Da tutte le parti. Da parte del sistema educativo che metta più enfasi su questioni tecniche e scientifiche e su metodi multidisciplinari per affrontar situazioni complesse; da parte del sistema produttivo che non si aspetti di utilizzare la logica del just in time anche in queste faccende; da parte degli studenti che non si aspettino comode e veloci vie regie, inesistenti; e da parte di chi fa comunicazione che si ricordi che oltre alle scintillanti storie ci sono questioni di base senza le quali la sostanza viene a mancare.

Quindi, caro Giovanni, ben venga la discussione su quanto si potrebbe fare per dare più impulso allo sviluppo del mondo digitale dal punto di vista “pratico”, ma non dimentichiamo le questioni di fondo.

Rodolfo Baggio

Rodolfo Baggio

Rodolfo Baggio ha una laurea in Fisica e un PhD in Tourism Management. Dopo aver lavorato per più di vent’anni come informatico in alcune note “aziende leader del settore”, da una decina d’anni si è dedicato all’insegnamento universitario, in Italia e all’estero, e alla ricerca sui sistemi turistici complessi e sulle loro relazioni con le tecnologie informatiche. Ha pubblicato una mezza dozzina di libri e un centinaio di articoli per conferenze e riviste scientifiche internazionali.

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1 Commento
  • giovanni arata
    maggio 4, 2016

    Caro Prof,
    intanto un grazie non rituale per lo sbuzzo ed il tempo- proprio a quello penso dovrebbero servire gli articoli.
    nel merito delle sue osservazioni, seppur da praticone umanista figlio improprio di Croce, non potrei essere più d’accordo.
    con una battuta si tratterebbe di uccidere Croce e fare nostro galileo. ucciderlo tutti e ciascuno di noi, quando andiamo a scuola, quando prepariamo bandi, quando selezioniamo candidati e li accompagniamo nel lavoro quotidiano. ormai è così ineludibile che lo riesco a capire anch’io, laureato in scienze della comunicazione.
    poi certo, a voler fare della filosofia [lupus in fabula] potrei osservare che per portare cartesio e galileo ci sarebbe bisogno di un lavoro culturale su decisori, tecnici delle regioni, imprenditori, insegnanti e progettisti di percorsi formativi.
    ma tolta la filosofia resta la sostanza. e nella sostanza ci sarebbe bisogno di provvedimenti nella direzione che lei tratteggia.
    il nodo centrale per come capisco sta nelle righe:
    ““preparar persone” vuol dire fornire strumenti e metodi per insegnare ad affrontar problemi e a risolverli con apertura mentale e creatività, mettendo in gioco discipline, metodi e tecniche diverse, non vuol dire preparare scimmie ammaestrate pronte all’uso”.
    salvo che non è semplice farlo, e meno ancora farlo entro la cornice un po’ kafkiana delle regole oggi date.
    insomma in apparenza un dedalo da cui non è facile uscire. però non di meno uscire ne dobbiamo per piacere e per responsabilità [bum].

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