Airbnb: tra miti, realtà e proposte

Chesky, founder di Airbnb: “dobbiamo vedercela con 700 sistemi fiscali.

Per Airbnb e altre piattaforme simili è un momento difficile. Alla fine di questa settimana il Governatore dello Stato di NY potrebbe mettere la firma per approvare in via definitiva una legge che renderebbe potenzialmente illegali la metà delle offerte di appartamenti e case di NY. Qui trovate una rassegna di articoli aggiornati su cosa sta succedendo, qui la sintesi fatta dal Corriere, qui l’opinione di Beppe Severegnini e, infine, qui la difesa di Airbnb. Dato l’enorme ammontare di byte e di inchiostro spesi per l’argomento che bisogno c’era di fare un post su Officina Turistica, vi starete chiedendo? Noi torniamo a scrivere su Airbnb perché riteniamo che il dibattito sia inficiato da molta disinformazione.

Punto uno. Airbnb è una straordinaria applicazione della platform economy, cioè è una piattaforma che facilita scambi informativi e commerciali tra chi ha (possiede) un immobile e chi intende utilizzarlo per un breve periodo. Questo mercato è sempre esistito, la novità è che lo scambio non avviene più solo per telefono, agenzie e o tramite amici. I nostri dati ci portano a questa conclusione. Non solo, la piattaforma consente ai turisti/viaggiatori di avere maggiori informazioni rispetto a prima e quindi di scegliere in modo più informato comparando anche l’offerta di forme ricettive diverse (ad esempio camere di alberghi vs appartamenti vs stanza in affitto vs camera di agriturismo, ecc.).

Corollario uno al punto uno. Ci sembra difficile sostenere, come fa Airbnb, che la piattaforma abbia generato turismo aggiuntivo. Airbnb sostiene, in rapporti come questo , che se non fosse stato per la piattaforma, una parte dei turisti non sarebbe venuta in Italia (o in altri luoghi per quanto concerne in altri rapporti) o avrebbe soggiornato tempi più brevi. Mentre per la seconda affermazione, ci sono anche le controprove di ricerche indipendenti la prima affermazione è difficilmente verificabile visto che i rapporti di Airbnb sono privi di informazioni sulla metodologia della ricerca. È molto probabile che un impatto ci sia (Airbnb consente di visitare a prezzi accettabili per periodi lunghi città come NY, prima fuori dalla portata di molti portafogli), ma in misura inferiore a quello stimato dalla stessa airbnb.

Corollario due al punto uno. Considerata la quantità delle informazioni e la facilità del confronto, i turisti che utilizzano Airbnb tendono a trattare come perfetti sostituti camere di hotel e alloggi privati in affitto. Il punto è che siccome il gruppo di maggiori utilizzatori della piattaforma sono turisti/viaggiatori alla ricerca di prezzi bassi o di spazi grandi per gruppi nutriti (una o più famiglie o un gruppo di amici), le camere/case/appartamenti di Aribnb sono perfetti sostituti di camere di hotel di media o bassa categoria. Sappiamo che su Airbnb ci sono case “strafighe”, come nel mercato ci sono quelli che ogni tanto o sempre preferiscono viaggiare come e con i local; ma sono una minoranza, una nicchia, una frontiera o una eccezione; chiamatela come volete, ma non confondete la regola con la sua eccezione.

Punto due. La questione su come regolare l’offerta di Airbnb (o simili come Homeaway) è una occasione per trovare regole chiare e semplici a beneficio dei viaggiatori, di imprese e host. Non sprechiamola in malo modo come sta succedendo nello Stato di NY. Cominciamo a distinguere le due questioni in gioco. La prima riguarda l’accusa di concorrenza sleale avanzata dalle associazioni degli albergatori. La seconda concerne l’impatto di Airbnb (e simili) sul carattere urbano e sul tessuto sociale dei luoghi dove sono presenti molti host.

Per quanto riguarda la concorrenza sleale e più in generale la questione dell’abusivismo, invece di soffocare la libertà di mettere a reddito un pezzo di capitale immobilizzato (come invocano gli albergatori), non sarebbe meglio rendere meno soffocanti le norme che regolano l’esercizio di impresa alberghiera, soprattutto per i piccoli hotel? A questo proposito, due anni fa abbiamo scritto un’analisi e una proposta alternativa su questo punto. L’analisi e la proposta sono ancora attuali. La nuova legge regionale della Toscana (in attesa di approvazione del Consiglio regionale) va nella direzione suggerita da noi, anche se riteniamo che limiti precisi (chi affitta per più di 90 giorni l’anno con la nuova legge regionale sarà obbligato a diventare imprenditore) non abbiano senso a livello regionale; ogni località turistica ha le sue peculiarità (prezzi, stagionalità) per cui sarebbe stato meglio stabilire dei principi a livello ragionale e lasciare poi autonomia ai comuni per fissare i limiti più opportuni. Purtroppo, si è badato molto (e piuttosto bene) a come regolare la concorrenza sleale di Airbnb, ma poco a come rendere la vita più facile ai piccoli hotel.

La questione dell’impatto di Airbnb (e fratelli) sul carattere urbano e sul tessuto sociale, cioè intere aree residenziali che diventano zone turistiche è delicata e non generalizzabile. Ogni città ha le sue peculiarità e la questione ha trade-off che andrebbero valutati punto, per punto. Ad esempio, se un’area di città prima abbandonata diventa un luogo più sicuro e godibile dove sta il problema? Diverso il caso, come a Barcellona, di intere aree completamente abbandonate dai residenti.

In sintesi, non dividiamoci in guelfi contro ghibellini. Abbiamo una sfida comune: accontentare in modo sostenibile per i nostri investimenti chi visita le nostre città e i nostri borghi. Cerchiamo regole chiare e semplici per tutti.

Antonio Pezzano

Antonio Pezzano

Antonio Pezzano assiste enti pubblici e organizzazioni turistiche a disegnare e attuare politiche e progetti che creino valore economico. Il suo ruolo é fornire dati e fatti concreti a chi prende le decisioni. E’ stato per conto della Commissione Europea coordinatore della rete di destinazioni turistiche europee di eccellenza EDEN.

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5 Commenti
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    Zeno Govoni
    ottobre 25, 2016

    Osservazioni…

    Punto 1.
    Certamente questo mercato è sempre esistito ma diciamo con numero enormemente più bassi, altrimenti non ci sarebbe il problema della migrazione dei residenti verso le periferie e il conseguente problema del caro affitti. La piattaforma ha accelerato enormemente le possibilità e quindi l’offerta.

    Corollario 1 al punto 1.
    Beh secondo me AIRBNB è stato e continua ad essere un facilitatole di turismo esattamente come lo sono state e lo sono le compagnie aere low-cost. Mi sembra difficile da smentire, certamente le mie sono osservazioni soggettive e non oggettive con dati alla mano.

    Punto 2.
    Concordo pienamente che occorre lavorare su entrambe i fronti e cioè regolamentando AIRBNB con regole semplici, applicabili e che possano far girare economicamente quel capitale immobiliare ora immobilizzato. Mentre sul fronte hotel deregolamentare per poter soddisfare le nuove richieste/esigenze della domanda. Abbiamo bisogno anche noi albergatori di poter essere dinamici, abbiamo necessità di deregolamentazione per andare incontro al mercato e interpretare le nuove esigenze/richieste del nuovo viaggiatore.

    • Antonio Pezzano
      Antonio Pezzano
      ottobre 25, 2016

      Grazie per le osservazioni molto pertinenti. Commento al volo (in pausa lavoro) per arricchire la discussione . Se necessario approfondirò.

      I dati che abbiamo analizzato, cioè il rapporto tra pernottamenti in hotel e quelli in alloggi in affitto on Italia, desunti da indagini campionarie e in serie storica, ci dicono che il comportamento della domanda al momento non è cambiato. Dati sullo stock di case/appartamenti in offerta prima e dopo airbnb, non ne abbiamo. Quindi è probabile che oggi ci siano molte più case/appartamenti di ieri sul mercato (non ne abbiamo la certezza), ma questo non ha modificato la domanda al momento. L’unica cosa che abbiamo osservato in Italia è che i tassi di occupazione degli hotel inferiori alle 4 e 5 stelle diminuiscono sensibilmente. Airbnb può essere una causa; abbiamo gli indizi, ma non le prove.

      Sugli affitti che aumentano ci sono studi e contro studi presentati dalle parti in causa; airbnb sostiene di non causare alcun aumento, mentre chi è contro airbnb sostiene il contrario. Il fenomeno degli aumenti degli affitti è molto localizzato in grandi città e metropoli che per tanti altri motivi sono al centro di saldi migratori positivi. In altre parole, se gli affitti aumentano, airbnb potrebbe essere una delle cause. Non mi pare, leggendo i giornali, che il fenomeno degli affitti in aumento sia generalizzabile in altre destinazioni di vacanza. Ma posso sbagliarmi.

      Sulla seconda osservazione, concordo anche io. Sostengo però che in assenza di chiarezza di metodologie degli studi proposti da airbnb, considerato che la domanda di turismo è aumentata a ritmi compatibili con la situazione economica, non mi pare ci siano le basi per dire che se non fosse stato per airbnb oggi avremmo in Italia circa 4 miliardi di spesa turistica in meno.

      Grazie ancora!

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        Zeno Govoni
        ottobre 25, 2016

        Cosa ne pensi del fatto che AIRBNB non identifichi perfettamente l’appartamento /camera in affitto con l’indirizzo esatto? questo aspetto non mi piace proprio per nulla. Manca la trasparenza e questo mi induce a pensare male. Il mio hotel è perfettamente identificato su Booking.com con tanto di indirizzo. Dopo tante dichiarazioni AIRBNB potrebbe dare questo segnale di trasparenza. Secondo te quale motivo si nasconde dietro??? Difesa dei propri host? Paura di essere scavalcati e arrivare direttamente all’host senza passare da AIRBNB?

        • Antonio Pezzano
          Antonio Pezzano
          ottobre 26, 2016

          Scusa se rispondo alla tua domanda solo ora. Non ho studiato bene la questione sul punto che sollevi, quindi non conosco le ragioni di questa scelta di airbnb. Noto però che airbnb sta facendo di tutto per trovare soluzioni di policy che soddisfano le parti in gioco nel rispetto della concorrenza leale. Le concessioni che sono disposti a fare a NY, come in altre città mi sembrano eque. Inoltre, c’è un punto di fondo che cerco di fare in ogni discorso di policy che riguarda le stelle, le licenze e tutti gli strumenti di protezione al consumatore/turista. Gli organi pubblici non hanno forza, capacità tecnica, soldi e sveltezza per controllare e fare rispettare standard di qualità. Invece di inventarsi leggi astruse che soffocano i più piccoli, per quale motivo non si fanno accordi con queste piattaforme (che possono agevolmente controllare ) per intervenire ex-post su casi di disservizio eclatanti?

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    Stefano Martorella
    novembre 12, 2016

    Concordo sul fatto che il limite di 90 giorni di affitto del proprio appartamento non possa costituire un limite che differenzia se sia un’integrazione di reddito o un’impresa economica. Chi affitta per 100 giorni il proprio appartamento non può certo vivere di quello… Si doveva trovare un’altro sistema! Anche perché pensare di combattere il sommerso e l’abusivismo in questo modo è utopistico. Chi voleva evadere lo faceva prima non dichiarando il reddito e lo farà in futuro non aprendo la partita iva.
    Trovo che relativamente a questa problematica degli affitti di appartamenti privati e ad Airbnb non si tenga in debita considerazione quella che a chi parla di turismo dovrebbe stare a cuore in primis: la qualità.
    A noi italiani che viviamo mediamente di turismo interessa o no che quello che offriamo abbia uno standard qualitativo di un certo tipo, classificato e comparabile e se possibile garantito?
    Se ha un pregio questa nuova versione della legge quadro è che finalmente inserisce le locazioni turistiche tra le attività permesse alle agenzie di viaggi perché di fatto fa passare una parte di questi appartamenti sotto le mani chi fa turismo in modo professionale dando una certa garanzia di qualità e al tempo stesso permettendo una parte di emersione dall’affitto tra privati.
    Io sono tendenzialmente liberista ma è profondamente sbagliato permettere un’inondazione indiscriminata di appartamenti, anche se rispettano le norme fiscali, quando abbiamo migliaia di hotel con le loro belle difficoltà di redditività. Sbagliato perché mette ancora più in difficoltà gli hotels e sbagliato perché l’offerta non standardizzata in qualche modo diventa una trappola per i turisti in caso di proprietari disonesti.
    Inoltre lasciare al privato la libertà di fare turismo può mettere sul mercato un bell’appartamentino ristrutturato situato però in quartiere malfamato e assolutamente poco turistico. E’ giusto? Facciamo del buon turismo in questo modo? Secondo me sono fattori che fanno la differenza nella qualità turistica. Probabilmente lo stesso appartamento un intermediario (non una comunity) non lo metterebbe sul mercato turistico.
    Un freno a fenomeni tipo Airbnb andava messo ma è quello giusto?
    A me non piace neppure, pur comprendendola, la difesa ipotizzata dei piccoli hotel. Perché? Gli hotel grandi che vivono di stagionalità non hanno forse problemi analoghi ma ad un livello dimensionale maggiore?!
    Personalmente credo che si dovrebbe una volta per tutte buttare via letteralmente una bella parte della legge, quella relativa alle classificazioni e categorie e relativi allegati, e rifarla di sana pianta. A me piacerebbe sapere, tra i tanti che parlano di turismo, quanti conoscono tutte le differenze che ci sono tra una categoria e l’altra di Hotel (1 stella, 2 stelle, 3 stelle….), di RTA (sempre in stelle), di Residence (questa volta da 2 a 4 chiavi), Villaggi Turistici, CAV, Campeggi, Agriturismi ognuno con la sua categoria e requisiti per ogni classificazione. Io vivo di turismo da una vita e le conosco molto sommariamente, figuriamoci un non addetto ai lavori, figuriamoci un turista straniero. Ma pensiamo che non abbia valore? Io credo che una seria razionalizzazione e semplificazione di classificazioni e requisiti (facile e comprensibile), potrebbe portare ad una migliore comprensione delle differenze di prezzo e qualità di ogni tipo di alloggio. Allora in questo senso, troverebbe comodamente il suo posto anche la categoria (o le categorie) degli appartamenti privati che dovrebbero essere ai gradini più bassi con un paio di step se fighissimi o no e via via hotel e residence con un’unica classificazione e requisiti molto semplificati (ma verificati dal controllore pubblico, come ora non avviene); il resto lo fa il mercato.

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