Turismo nel Mezzogiorno, perché non decolla?

Turismo nel Mezzogiorno tra miti e dura realtà.

Omero Mariani, alla fine dell’estate 2016, mi invitò a fare una riflessione sul turismo in Calabria. Raccolgo l’invito, un anno dopo, allargando lo sguardo all’intero turismo nel Mezzogiorno; ritengo che il nocciolo della questione è comune a tutte le regioni di questo bellissimo lembo di terra italica.

Nel Mezzogiorno, nell’ultimo triennio di dati ufficiali disponibili (2012-2015), si registra un incremento di 6 milioni di presenze straniere e una tenuta sostanziale sul mercato domestico. Se osserviamo il dato delle quote di mercato, molto più utile a capire le dinamiche competitive, il Mezzogiorno aumenta la propria quota nel mercato domestico e conferma quella sui mercati stranieri. Secondo le nostre stime il dato (sulle quote di mercato) dovrebbe migliorare nel 2016 e nel corso di quest’anno facendo segnare il record sul mercato domestico e valori vicini ai massimi (registrati nella metà degli anni 90) nel mercato internazionale. Il tutto mentre la spesa pubblica a favore del turismo (incentivi per il settore ricettivo e promozione) si dimezza. Tra il 2012 e il 2015, per il turismo nel Mezzogiorno, sono stati spesi in media circa 300 milioni di Euro, poco più della metà di quanto si spendeva nel primo triennio degli anni 2000.

turismo nel mezzogiorno

Si tratta di dati – tutto sommato – positivi per il turismo nel Mezzogiorno. Perché allora tanta insoddisfazione per la performance del turismo nel Mezzogiorno? La mia opinione è che il dibattito sul turismo meridionale si fonda su due miti. Il primo è che il turismo è visto come terapia ai problemi socio economici (ahimè non solo) di questo lembo d’Italia.
Il secondo è che lo sviluppo turistico possa essere alimentato da una consistente domanda turistica colta, responsabile, che ama i borghi e il viaggiare lento,  benestante e articolata in “tante nicchie da intercettare”.

Partiamo dal primo mito. Il dibattito sul turismo come “volano” dello sviluppo economico di una regione è ampio e ancora aperto. Personalmente credo che il turismo sia un’industria che possa contribuire allo sviluppo economico del Mezzogiorno. Tuttavia è opportuno tenere a mente alcuni fatti. Le Canarie – che sono la regione amministrativa più “turistica” d’Europa – hanno un tasso di occupazione (lavoro) migliore delle nostre regioni meridionali, ma inferiore alla media europea e molto inferiore a quello delle regioni più sviluppate. L’industria ricettiva, quella localizzata sul territorio e tipicamente rivolta ai turisti, si caratterizza come settore a basso valore aggiunto e retribuzioni molto contenute. Per questo motivo è molto frequente, anche in note località turistiche il ricorso a manodopera proveniente dai paesi dell’est Europa. I costi sociali e ambientali della poco oculata gestione dello sviluppo turistico sono ancora da comprendere. Si fanno tante battaglie per evitare la costruzione di resort e grandi alberghi lungo o vicino le cose, ma in pochi si sono indignati e si indignano per lo scempio già avvenuto con la costruzione di prime e seconde case anche in zone sismiche o con rischio idrogeologico. Infine, lo sviluppo turistico dipende dalla presenza di imprese che investono e crescono. La domanda è: perché i fattori che frenano la localizzazione e la crescita delle imprese di altri settori non dovrebbero scoraggiare quelle turistiche? In un articolo del giugno scorso, il FT ricorda che dal 2009 ad oggi solo due imprese straniere hanno investito nel settore alberghiero al Sud, mentre nello stesso periodo 41 lo hanno fatto in Catalogna.

Con questo non intendo sminuire il ruolo del turismo nello sviluppo economico, ma fornire brevi spunti sul perché non sia in se una terapia, fonte di ricchezza e il nostro petrolio. Detto questo, concordo sul fatto che il Meridione abbia un potenziale turistico inespresso. Tuttavia, la mia definizione di “potenziale” turistico differisce dal mainstream e quindi la mia analisi è diversa da quella di molti osservatori. In estrema sintesi, io sono convinto (da evidenze empiriche) che la geografia conti e pure tanto. Le località turistiche del Sud sono molto lontane dalle aree dove si concentra la domanda turistica. Questo influenza in modo rilevante la scelta delle tipologie di turismo sulle quali investire. E questo ci porta al secondo mito.

L’aereo come mezzo per lo sviluppo del turismo del Mezzogiorno.

Se i mercati sono lontani, l’aereo diventa un mezzo necessario per collegare domanda e offerta. Se prendete in esame le località turistiche europee che hanno lo stesso problema (Grecia, Isole e Sud della Spagna e Portogallo) noterete che quelle che hanno numeri turistici più consistenti delle nostre hanno due fattori comuni: presenza di grandi operatori internazionali dell’ospitalità e della distribuzione. Non è un caso. La vacanza al mare è anche il prodotto più richiesto (soprattutto nelle vacanze lunghe) e ci vogliono i grandi numeri per fare volare gli aerei. I contributi pubblici ai vettori low cost hanno due limiti: le scassate finanze dello Stato italiano e i regolamenti europei. La presenza dei grandi players non è solo quella tangibile che si vede (i grandi alberghi e resort), ma si configura come un’infrastruttura immateriale. Essi infatti portano know how e forza nel marketing, sopratutto sul lato distributivo-commerciale. Si tratta di una presenza necessaria per sviluppare altre forme di turismo siano esse esperienziali, di nicchia, culturali, verdi, responsabili o chiamatele e coloratele come volete.

Negli ultimi 15 anni il rilevante investimento pubblico specificatamente rivolto al turismo è stato finalizzato alla valorizzazione delle risorse naturali e culturali locali. I risultati non sono ancora all’altezza delle aspettative e ci sono molti interrogativi sulla qualità della spesa. Tuttavia, non ci sono elementi oggettivi per credere che una spesa di qualità avrebbe avuto effetti diversi sull’incremento sui flussi turistici. Se l’aspettativa è modificare lo squilibrio di presenze turistiche internazionali tra Nord e Sud, gli incrementi da registrare sono il doppio e il triplo di quelli (positivi) avvenuti fino ad adesso.  Non conosco alcuno studio serio che sostenga che questi incrementi si possano registrare senza il contributo del turismo di massa (in senso letterale).

La parola sviluppo è poliedrica. I programmi e i progetti che aiutano giovani e piccole realtà nelle aree marginali del paese sono certamente necessari a offrire opportunità e quindi possono contribuire allo sviluppo. Ma se per sviluppo intendiamo un aumento rilevante e strutturale alla crescita del valore aggiunto e dell’occupazione di una parte del paese, allora non si può prescindere dalla presenza e dalla crescita di tante aziende (soprattuto non piccole). La questione dello sviluppo turistico del mezzogiorno quindi non è scindibile dalla rimozione degli ostacoli che impediscono alle imprese (di qualsiasi settore) di investirvi. A tal proposito, vale la pena ricordare quanto scritto dal FT nell’ articolo che ho citato in precedenza.
“So why would investors neglect an area rich in cultural heritage with relatively good infrastructure and plenty of well-educated job seekers?  Part of the reason is the inefficiency caused by “overlapping responsibilities between central and local governments, especially over areas of national importance such as infrastructure and the labour market”, as the latest country survey by the Organisation for Economic Co-operation and Development warned. A first attempt to re-centralise some of those policies failed when Italy voted against constitutional reform in a referendum last year.  But the bigger problem is the poor quality of institutions. Despite recent progress, Italy’s justice system remains comparatively complex, slow and opaque. The average time to enforce contracts in Italy is more than three years — about double the average of OECD countries. In the southern city of Bari, enforcing contracts takes on average more than 5½ years, according to the World Bank.  Southern Italian regions all rank lower than 200th among 236 regions inspected by the European Commission on a more general index of the quality of government services. 

I would add that other 2 problems in southern Italy: 1. the criminality of all size, pet criminality and organized criminality which prevent investments especially foreign investments and 2. the and the stiffness of labour market and the colonization of trade unions in the public administration which is extremely inefficient in the south including the health care system.

In altre parole, lo sviluppo del turismo nel Mezzogiorno non ha bisogno di incentivi e aiuti di Stato, ma di un ambiente favorevole agli investitori sani. Si tratta di ricette che purtroppo non fanno presa sull’elettorato e quindi non piacciono neanche ai politici. Intanto noi si continua a festeggiare record con tassi di incrementi del 5%, mentre gli altri paesi europei del mediterraneo crescono a doppia cifra.

La foto di copertina è stata trovata sul sito www.turingclub.it

Antonio Pezzano

Antonio Pezzano

Antonio Pezzano assiste enti pubblici e organizzazioni turistiche a disegnare e attuare politiche e progetti che creino valore economico. Il suo ruolo é fornire dati e fatti concreti a chi prende le decisioni. E’ stato per conto della Commissione Europea coordinatore della rete di destinazioni turistiche europee di eccellenza EDEN.

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1 Commento
  • Rodolfo Baggio
    ottobre 3, 2017

    Peraltro la diffusa idea che il turismo generi crescita economica è abbastanza discussa in ambito accademico e non ci sono studi che affermino questa relazione senza mille cautele e distinguo e notando che in molti casi si verifica l’opposto (e cioè che la crescita economica favorisce il turismo). Inoltre ci sono per molti paesi (e l’italia è uno di questi) differenze fra turismo internazionale e interno, con il primo che favorisce in generale e il secondo che ha effetti diversi per diverse aree o regioni…

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