Il turismo non è solo alloggio.

Una riflessione sui Borghi Italiani.

La necessità di estendere la filiera turistica oltre le grandi destinazioni italiane (le cosiddette città d’arte, e il turismo “vacanziero”), ha portato ultimamente ad un grande interesse alle località “minori” del nostro Paese e alla proposta delle stesse come “mete turistiche” sui mercati internazionali.

Particolare interesse ha suscitato e continua a suscitare il tema dei “borghi”, che da un lato potrebbero arricchire la nostra offerta (sia per il mercato domestico che per il mercato internazionale), ma dall’altro potrebbero creare un’ulteriore frammentazione della nostra proposta turistica e un’onda d’entusiasmo verso località che, forse, non sono ancora del tutto pronte ad ospitare in modo “strutturato” flussi turistici.

La questione è più rilevante di quanto si tenda a credere e, per capirne il motivo, proviamo ad applicare un minimo di logica.

Oggi, in Italia, esistono numerosi “borghi” (siano essi rispondenti alle caratteristiche storico-culturali della definizione o alle dimensioni più prettamente quantitative delle nostre leggi). Molti di questi “borghi”, hanno già, di fatto, una domanda turistica, che rappresenta quello che un tempo si amava definire come mercato di “nicchia”.

Allo stato attuale, infatti, il “borgo” è una dimensione “non strutturata”, che riesce ad attrarre persone che si aspettano esattamente quello che trovano: una dimensione “autentica” nella quale, quelli che altrove potrebbero essere percepiti come “disservizi” sono da attribuire proprio a quel concetto di “realtà”, che sempre più viaggiatori ricercano nelle loro esperienze.

Il discorso però cambia se nel nostro Paese si inizia ad avviare un discorso di “valorizzazione” dei borghi, sia sotto forma di “iniziative di promozione” che di “sensibilizzazione” (quello che i tecnici chiamano awareness).

Perché il problema, in questo caso, diventa un problema piuttosto “standard” dal punto di vista economico: la difficoltà di creare economie di scala.

Fuor di tecnicismo, se nel nostro Paese si inizia a creare una vera e propria “offerta turistica” legata alle località minori (come ad esempio è stato tentato anche da Airbnb), il problema dell’esperienza del turista non può passare in secondo piano.

E l’esperienza del turista passa soltanto in parte attraverso l’alloggio: ci sono elementi legati ai trasporti, alla ristorazione, al rapporto con il territorio e a tutta la dimensione dei servizi.

Facciamo un esempio molto banale: non è detto, ad esempio, che un borgo riesca ad ospitare “contemporaneamente” più di un numero di visitatori. Se Airbnb risolve il problema dell’alloggio, chi risolve il problema dei servizi?

Perché 200 persone in un borgo di 1000 abitanti possono andare incontro a problemi, e la presenza di così tanti turisti (insieme) intacca quell’equilibrio di autenticità dell’esperienza che fa perdonare molte lacune tipiche di un sistema territoriale così piccolo.

Molti si saranno risposti: se ci sono 200 visitatori in contemporanea allora i servizi nasceranno. Ma questo è vero fino ad un certo punto. Perché in primo luogo non dobbiamo dare per scontato che ci siano persone che vogliano davvero avviare attività turistiche, e, cosa più importante, non è detto che la presenza in contemporanea di quei turisti giustifichi, ad esempio, l’apertura di un ristorante in più.

Sono ragionamenti banali, ma prima di correre il rischio di perdersi dietro alle grandi tematiche del turismo, della cultura, e di tutto ciò che ne deriva, è anche bene fare i conti “con l’oste”.

Una soluzione a questi problemi potrebbe essere fornita proprio dal paradigma della Sharing Economy (nella sua versione più schietta e sincera). Si potrebbe, ad esempio, chiedere ai cittadini di fornire, dietro “rimborso spese” di strutturare micro-servizi ai turisti.

Si potrebbe, quindi, immaginare una Signora Lella che cucina per 4 persone e che li ospita in casa, o si può pensare il Signor Giovanni che mostra loro (con tour dedicato) i saperi artigianali del luogo, mentre il figlio può mostrare a questi turisti gli itinerari più caratteristici per passeggiare nei dintorni.

Si tratterebbe di “vacanze low-cost” ma a grande valore aggiunto, sia per il territorio, che per il turista.

Basterebbe creare un servizio di gestione che integri le offerte di Airbnb con le offerte che il territorio (inteso come famiglie e come cittadini) è in grado di fornire.

In questo modo si potrebbe creare un nuovo “modo” di fare turismo. Una dimensione realmente umana, e che permetta quello scambio reale tra turisti e territori che si legge soltanto nelle relazioni accademiche.

Certo, ci saranno milioni di obiezioni a questa ipotesi, prime fra tutte obiezioni di natura giuridica e di regolamenti municipali, ma è una strada, questa, che non è ancora stata presa in considerazione.

Accanto ad essa, potranno essercene altre. Quello che è realmente importante è avviare un dibattito in questo senso, perché se malauguratamente la campagna sui borghi fosse la prima ad avere successo tra tutte le campagne pubblicitarie fatte per valorizzare un territorio, ci troveremmo di fronte ad un fenomeno di “overbooking” quantomeno singolare.

Photo credit: italia.it

Stefano Monti

Stefano Monti

Partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all'estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale e turistico.

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