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C’è stato un tempo in cui il buffet della colazione era il biglietto da visita dell’hotel, una dichiarazione d’intenti fatta di pile di pancake, piramidi di brioche e vassoi infiniti di uova strapazzate. L’abbondanza era sinonimo di accoglienza, e chi riusciva a proporre «di tutto un po’» si assicurava recensioni entusiaste.

Ma oggi, quel paradigma comincia a mostrare la corda. Il buffet è sotto esame. Lo dicono i dati, lo confermano le scelte dei viaggiatori e, se vogliamo dirla tutta, lo sussurrano anche gli operatori del settore – stanchi di assistere, ogni mattina, a scene che ricordano più l’assalto alla diligenza in uno spaghetti western che non un tranquillo e conviviale buongiorno. Con il dovuto rispetto al mio mito assoluto Bud Spencer, naturalmente.

Spreco, eccesso e scarsa igiene: il lato oscuro del buffet

Secondo l’UNEP Food Waste Index Report 2024, l’anno scorso sono state sprecate globalmente 1,05 miliardi di tonnellate di cibo, e il 28% è imputabile al settore della ristorazione. I buffet della colazione sono tra i peggiori colpevoli, generando oltre il doppio degli scarti rispetto ai pasti serviti alla carta: circa 300 grammi per ospite contro i 130 grammi della colazione su ordinazione.

E a questo si aggiunge un aspetto spesso taciuto ma noto a chi lavora sul campo: l’igiene. Il buffet, per sua natura, è un luogo di passaggio, dove mani (e cucchiai) si susseguono senza troppo controllo. Dove la distanza tra ordine e caos si misura in fette di pane toccate e uova strapazzate (che già di persé sobbollono nell’acqua di evaporazione) scoperte. E dove, ahimè, con una certa clientela, le buone maniere si dissolvono più rapidamente del vapore sopra il caffè.

Verso una nuova idea di lusso: meno quantità, più qualità

La buona notizia? C’è un cambio di paradigma in atto. Sempre più catene alberghiere e boutique hotel stanno ripensando l’esperienza della colazione. I piccoli accorgimenti si moltiplicano: porzioni ridotte, piatti più piccoli, inviti discreti a servirsi con moderazione. Il tutto senza togliere nulla all’esperienza, ma anzi, arricchendola di una nuova consapevolezza.

Chef stellati e viaggiatori esperti lo confermano: oggi il vero lusso non è più l’abbondanza, ma la cura. Non è il “prendere tutto”, ma il “ricevere ciò che è pensato per me”. E se questo ci permette anche di ridurre sprechi, costi e stress da approvvigionamento, tanto meglio.

Una scelta che parla di sostenibilità (e di gestione intelligente)

Dietro questa trasformazione, ovviamente, ci sono anche motivazioni molto pratiche. I costi delle materie prime aumentano, il personale qualificato scarseggia e le normative ambientali iniziano a richiedere misure più stringenti sulla riduzione dei rifiuti. Per chi gestisce una struttura ricettiva, ripensare la colazione significa anche ottimizzare risorse, semplificare la logistica e migliorare la qualità percepita.

Hilton, per esempio, punta a ridurre del 50% i propri rifiuti alimentari entro il 2030. Lo fa con intelligenza artificiale nelle cucine, piatti pre-porzionati e persino compostatori intelligenti che trasformano gli scarti in fertilizzante. Il gruppo Six Senses propone invece colazioni “market-to-table” con menu personalizzati, e Aman include rituali del mattino come yoga o meditazione seguiti da pasti leggeri e su misura.

Una riflessione da chi vive l’hospitality ogni giorno

Chi, come me, lavora in hotel e vive i turni dell’alba tra profumo di French Toast e tostapane in loop sa che la colazione è uno snodo delicato. È l’ultima impressione prima del check-out, ed è anche un momento di grande pressione operativa. Ridurre lo stress del servizio – per i clienti e per il personale – è un obiettivo nobile quanto necessario.

E allora sì, è tempo di dire addio a certe esagerazioni. Di salutare con affetto (ma senza nostalgia) le montagne di cereali e i plateau di formaggi che rinsecchiscono alle 10:15 del mattino. Di restituire alla colazione il suo significato originario: un momento semplice, curato, umano. Perché forse non abbiamo bisogno di più opzioni, ma di scelte migliori. E un po’ di silenzio.

Il consiglio? Sempre lo stesso: viaggiate e lasciatevi ispirare.

Silvia Moggia

Silvia Moggia

Silvia Moggia è consulente in management turistico per hotel e destinazioni, formatrice e public speaker. Gestisce un boutique hotel e lavora con operatori ed enti su strategie di gestione, marketing e sviluppo sostenibile. È redattrice di Officina Turistica e scrive di hospitality, trend turistici e trasformazione del settore.

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Silvia Moggia è consulente in management turistico per hotel e destinazioni, formatrice e public speaker. Gestisce un boutique hotel e lavora con operatori ed enti su strategie di gestione, marketing e sviluppo sostenibile. È redattrice di Officina Turistica e scrive di hospitality, trend turistici e trasformazione del settore.

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