Turismo globale cerca personale: il paradosso di un settore in crescita ma senza lavoratori.
Il turismo globale corre. Secondo i dati del World Travel & Tourism Council (WTTC), il nostro settore ha raggiunto i 357 milioni di posti di lavoro nel 2024 e supererà i 371 milioni entro la fine dell’anno. E non è finita: entro il 2035 si prevede la creazione di 91 milioni di nuovi ruoli. Un numero impressionante che conferma la centralità del travel nell’economia mondiale.
Ma dietro questa corsa, si nasconde un rischio sistemico: mancheranno all’appello più di 43 milioni di lavoratori. In pratica, il settore crescerà più velocemente della forza lavoro disponibile. È il cuore dell’ultimo report WTTC, “Future of the Travel & Tourism Workforce”, presentato a Roma durante il Global Summit 2025.
Il paradosso è evidente: più crescita significa più opportunità, ma anche più squilibri. Con un tasso di carenza previsto del 16%, la sfida principale non sarà solo attrarre i clienti, ma chi dovrà accoglierli, accompagnarli, servirli.
Europa e Asia trainano (ma soffrono)
Tra i mercati analizzati nel report, la Cina è il Paese con la maggiore carenza prevista (16,9 milioni di lavoratori), seguita da India (11 milioni) e Unione Europea (6,4 milioni). L’Italia non fa eccezione: nonostante una leggera ripresa dell’occupazione turistica, i dati Unioncamere confermano che quasi il 45% delle posizioni nel comparto hospitality è rimasto scoperto.
I settori più colpiti? Quelli dove il contatto umano è irrinunciabile: housekeeping, ristorazione, front office, accoglienza, attività esperienziali. Meno sostituibili da automazione o intelligenza artificiale, ma sempre meno appetibili per le nuove generazioni.
Il nodo generazionale e la sfida della retention
Secondo lo stesso report WTTC, più della metà degli operatori globali (52%) identifica nella difficoltà di attrarre e trattenere talenti la sfida più urgente. La pandemia ha lasciato il segno: precarietà, orari imprevedibili, mansioni percepite come “di passaggio” allontanano i giovani, soprattutto la Gen Z, che chiede flessibilità, equilibrio e percorsi chiari di crescita.
I dati USA sono eloquenti: a gennaio, il settore leisure & hospitality ha assunto oltre un milione di persone, ma nello stesso mese 781.000 hanno lasciato il lavoro. Un turnover altissimo che genera costi stimati in quasi 4.700 dollari per ogni posizione da rimpiazzare (fonte: SHRM). Una spirale che alimenta instabilità, carichi di lavoro insostenibili e formazione continua che non si traduce in fidelizzazione.
Reclutare per colmare i buchi o per costruire carriere?
L’intelligenza artificiale e l’automazione sono strumenti che possono semplificare e alleggerire il carico operativo, ma da sole non bastano. Non possiamo gestire un’industria fatta di relazioni trattando le persone come tappi da inserire in una bottiglia che perde.
Serve una svolta culturale: dal reclutamento reattivo alla valorizzazione strategica. Non più solo cercare di tappare i buchi nei turni, ma offrire percorsi visibili di crescita, con investimenti in formazione, upskilling e cultura aziendale inclusiva.
Le best practice che funzionano
Il report WTTC racconta anche storie di successo: brand che hanno lanciato vere e proprie accademie interne, coprendo il 100% dei costi per corsi di lingua, diplomi e lauree online (anche per i familiari). Risultati? +20% di retention tra i partecipanti, +78% di engagement e un forte senso di appartenenza.
Un esempio citato riguarda un brand lifestyle che ha reso il percorso educativo parte integrante dell’employee experience, con impatti positivi su produttività e soddisfazione.
Italia: il tempo è ora
Il nostro Paese, da sempre protagonista del turismo globale, non può restare indietro. L’emergenza occupazionale è strutturale; ne ho già scritto: tra stagionalità, demografia e fuga di competenze, il rischio è vedere interi territori incapaci di sostenere la crescita dei flussi.
Occorre ripensare l’ecosistema: favorire il dialogo tra scuole e imprese, semplificare le regole per il lavoro stagionale, attrarre lavoratori stranieri con percorsi regolari e integrati. E soprattutto, ridare valore al lavoro turistico, raccontandolo non come un ripiego, ma come una professione dinamica, globale e piena di opportunità.
Il turismo del futuro sarà sempre più esperienziale, fluido, tecnologico. Ma il cuore resterà umano. Le aziende che investiranno su persone vere, con visione e coerenza, saranno quelle capaci di attrarre talenti, innovare davvero e costruire valore nel tempo. Il capitale umano non è un costo: è il vero vantaggio competitivo di domani.










