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Quando leggono “Digital Networks Act” la reazione istintiva di molti albergatori è: ok, roba da Telecom, cosa c’entra con me che combatto ogni giorno con il Wi-Fi ballerino al terzo piano?

C’entra, eccome. Perché se l’AI diventa davvero “infrastruttura”, come stiamo ripetendo da mesi, allora anche le reti che l’alimentano diventano parte integrante del nostro prodotto turistico. E oggi in Europa questo pezzo di infrastruttura fa acqua da più parti, in particolare dove il turismo è più forte: coste, borghi, aree interne, montagne.

Il Digital Networks Act (DNA), la nuova proposta della Commissione Europea per riformare il quadro delle telecomunicazioni, nasce esattamente qui: accelerare investimenti in fibra e 5G, semplificare regole, preparare il terreno alle prossime ondate di dati, AI, IoT e compagnia.

Mettiamolo in relazione con il nostro settore, che nell’UE vale circa 1,37 trilioni di euro e rappresenta quasi il 9% del PIL europeo, con un ruolo centrale di PMI e microimprese turistiche.

Che cosa vuole fare davvero il Digital Networks Act

Il DNA, nelle intenzioni di Bruxelles, dovrebbe:

  • sostituire e aggiornare l’attuale codice europeo delle comunicazioni elettroniche, ormai vecchio rispetto alle esigenze di 5G, 6G e servizi cloud;

  • spingere il passaggio dal rame alla fibra e incentivare reti ad altissima capacità, con obiettivi 2030 già fissati dall’Agenda Digitale europea;

  • rendere più semplice e prevedibile investire in reti, armonizzando regole e riducendo la frammentazione tra 27 mercati nazionali;

  • sostenere reti resilienti e sicure, anche in chiave di difesa e gestione delle crisi.

L’idea di fondo è che l’Europa rischia di accumulare un gap di investimenti infrastrutturali nell’ordine di centinaia di miliardi se non rende più attrattivo il settore delle telecomunicazioni.

Perché questo dovrebbe interessare chi gestisce un hotel, un campeggio, una DMO o una catena di B&B?

Perché ogni pezzo della nostra operatività è ormai agganciato a una connessione stabile: PMS in cloud, channel manager, RMS, CRM, check-in digitale, chiavi in app, controlli domotici in camera, campagne di marketing, data analytics, corsi di formazione. E quello che ancora oggi è “nice to have”, tra 2 o 3 anni sarà semplicemente dato per scontato dagli ospiti e dai partner.

AI, startup e turismo: quando l’infrastruttura decide chi resta in partita

In parallelo al DNA, l’Europa sta cercando di costruire un ecosistema AI che non sia soltanto “consumatore” di tecnologia altrui. Da una parte, l’AI Act, il primo grande quadro regolatorio al mondo, che mira a definire regole per sistemi ad alto rischio, tutela dei dati, trasparenza, eccetera.
Dall’altra iniziative come il Cloud and AI Development Act e le “AI factories” europee, pensate per offrire potenza computazionale e infrastruttura condivisa alla ricerca e alle startup, senza costringerle a dipendere completamente dai colossi extra-UE.

Il problema è che, sul fronte degli investimenti privati, l’Europa è ancora in affanno: nel 2024 la quota europea del funding globale in AI rimane largamente inferiore a quella degli Stati Uniti e della Cina, con la maggior parte dei capitali concentrata in pochi hub come Francia, Germania e Regno Unito, mentre il Sud Europa, Italia compresa, resta molto più indietro.

Sì, esistono player come Mistral, Aleph Alpha e altri che stanno cercando di costruire un’AI “made in Europe”, ma sono ancora eccezioni in un mare di dipendenza tecnologica.

Per il turismo questo significa due cose molto concrete:

  1. Se la rete non regge, l’AI nel turismo resta teoria
    Tutto quello di cui parliamo da mesi: agenti che gestiscono le richieste, pricing dinamico, personalizzazione del sito, raccomandazioni in tempo reale, traduzioni istantanee, assistenti vocali multilingue. Tutto questo vive e muore in base alla qualità della connessione.

  2. Se l’AI che usiamo viene sviluppata altrove, con logiche e dati di altri mercati, il rischio è un turismo europeo “eterodiretto”
    Dal modo in cui i viaggiatori ci cercano, ai ranking nelle metaricerche, fino al posizionamento delle nostre destinazioni dentro gli agenti di viaggio AI generalisti. Se chi costruisce gli strumenti arriva prima, detta anche le regole implicite del gioco.

Connettività a macchia di leopardo, turismo ovunque

C’è un paradosso evidente: la domanda turistica cresce soprattutto in aree che, dal punto di vista digitale, sono ancora fragili. Il factsheet europeo sul turismo lo dice chiaramente: la transizione digitale delle PMI turistiche è ancora disomogenea, con ritardi significativi in molte realtà costiere, rurali e periferiche.

Non è solo un problema italiano. Un report recente mostra come le PMI turistiche del Regno Unito abbiano perso 1,5 miliardi di sterline in una sola estate a causa di una connettività scarsa, in particolare nelle destinazioni balneari e rurali, con operatori che segnalano difficoltà a gestire e-commerce, Wi-Fi di qualità per gli ospiti, servizi AI e promozione sui social.

Se riportiamo tutto questo alle nostre coste, alle isole, ai borghi montani, la storia è identica:

  • hotel che lavorano con PMS e channel in cloud, ma devono accendere l’hotspot dal telefono per chiudere il conto;

  • agriturismi e glamping che investono in esperienze “digital detox”, ma poi devono comunque garantire connessioni decenti per smart working e nomadi digitali;

  • destinazioni che puntano su campagne digitali e storytelling, ma non riescono ad attivare progetti più avanzati di data analytics o gestione flussi perché la base infrastrutturale non lo consente.

Da un lato abbiamo progetti europei come DigiTOUR e Storydoers, che aiutano le micro e piccole imprese turistiche a utilizzare AI, AR/VR, big data e storytelling digitale per innovare prodotti e promozione.
Dall’altro, se il backbone di rete non viene potenziato, rischiamo di creare un’altra frattura: chi è su reti performanti corre, chi è in aree grigie resta su un modello analogico mascherato da digitale.

Cosa significa, in concreto, per hotel e destinazioni

Dal punto di vista di chi gestisce una struttura o una destinazione, il Digital Networks Act non è una curiosità da policy, è uno degli oggetti più concreti che avremo sul tavolo nei prossimi anni.

Alcune implicazioni molto pratiche:

  • Cloud o non cloud non sarà più una vera scelta
    I gestionali on-premise stanno già diventando un problema, non una questione di sicurezza. Con reti più robuste, il cloud diventa lo standard e l’AI non è più un add-on, ma un layer nativo di PMS, RMS, CRM e strumenti di distribuzione.

  • L’esperienza ospite dipende sempre più dalla qualità della rete
    Password che non funzionano, Zoom che si blocca, streaming che salta: sono già motivi di recensioni negative. Con l’arrivo di servizi immersivi, assistenti AI in hotel e contenuti ad alta intensità di banda, la differenza tra “rete decente” e “rete eccellente” diventa evidente all’ospite.

  • Data strategy e AI senza connettività sono pura teoria
    Ci riempiamo la bocca di “dati”, ma se i sistemi non dialogano in tempo reale perché la connessione si interrompe, qualsiasi tentativo di personalizzazione o di ottimizzazione seria si ferma al foglio Excel.

  • Il posizionamento competitivo dei territori passa anche da qui
    Una destinazione che riesce a garantire connettività affidabile e diffusa, in particolare nelle zone turistiche, ha un vantaggio competitivo crescente, soprattutto nei segmenti come bleisure, nomadi digitali, eventi e formazione.

Il turismo deve sedersi al tavolo, non aspettare gli effetti collaterali

Molto spesso il nostro settore arriva in ritardo nel dibattito regolatorio: subisce scelte prese altrove e si limita a reagire quando le conseguenze sono già operative. Il DNA è uno di quei casi in cui il turismo dovrebbe invece alzare la mano subito.

Qualche linea di azione possibile per associazioni di categoria, DMO e operatori:

  • Inserire esplicitamente il turismo tra i settori “critici” per la connettività nelle consultazioni pubbliche europee e nazionali sul DNA;

  • Spingere su progetti pilota che combinino infrastruttura di rete e innovazione turistica, per esempio destinazioni costiere o montane che diventano “living lab” di 5G, edge computing e AI per gestione flussi, trasporti, esperienze in loco;

  • Costruire alleanze con chi le reti le gestisce, invece di viverle solo come fornitori: cooperare su offerte dedicate per cluster territoriali, su monitoraggio dati, su progetti di sostenibilità legati alla riduzione degli spostamenti fisici grazie a servizi digitali;

  • Collegare il tema delle reti al tema delle competenze, perché non basta avere il 5G, bisogna che qualcuno sappia usarlo per ripensare processi e servizi, non solo per far scaricare più velocemente Netflix al cliente.

Dove si gioca davvero la partita: esperienza, fiducia, interoperabilità

C’è un’ultima riflessione da fare, che torna all’AI ma parte dall’infrastruttura: se modelli e agenti diventano “utilities”, come l’acqua o la luce, il vero vantaggio competitivo non sarà avere il modello più potente, ma costruire su quell’infrastruttura esperienze che funzionano, che rispettano le persone e che dialogano tra loro.

Per il turismo questo significa tre cose:

  1. Esperienza ospite
    Dalla ricerca del viaggio fino alla prima colazione del giorno della partenza, ogni step sarà progressivamente intermediato da interfacce intelligenti, spesso invisibili. Se non vogliamo che tutto questo venga progettato esclusivamente dai grandi player globali, dobbiamo avere infrastrutture e strumenti per proporre alternative europee, più vicine ai nostri territori.

  2. Fiducia e governance dei dati
    L’AI Act mette già paletti importanti, ma la credibilità di destinazioni e hotel passerà anche dal modo in cui comunicheranno la propria gestione dei dati, soprattutto in un contesto di personalizzazione spinta. La combinazione tra DNA, AI Act e progetti di sovranità digitale può diventare un asset se impariamo a raccontarla bene.

  3. Interoperabilità tra sistemi e filiere
    Il turismo vive di filiere lunghe, dalla mobilità alla ricettività fino alle esperienze in loco. Se l’infrastruttura digitale europea sarà frammentata, ogni attore continuerà a muoversi per conto proprio. Se invece il DNA riuscirà davvero a creare un quadro più omogeneo, avremo più margini per progetti integrati, per esempio su ticketing unificato, dynamic packaging, gestione integrata dei flussi, certificazioni di sostenibilità verificabili.

Infrastruttura oggi, competitività domani

In sintesi, il Digital Networks Act è molto meno lontano dal nostro mondo di quanto sembri. Non è una curiosità per addetti ai lavori delle telecomunicazioni, è una delle condizioni di base perché il turismo europeo possa usare in modo sensato e competitivo l’intelligenza artificiale nei prossimi dieci anni.

Se l’Europa riuscirà davvero a trasformare connettività e AI in un’infrastruttura accessibile, affidabile e pensata anche per le PMI, il nostro settore avrà in mano strumenti potentissimi per ripensare prodotto, distribuzione, relazione con l’ospite.

Se invece continueremo con reti a macchia di leopardo, investimenti lenti e decisioni prese senza coinvolgere chi il turismo lo vive ogni giorno, il rischio è chiaro: trovarci a competere in un mercato globale in cui strumenti e regole del gioco li definiranno altri, su infrastrutture che non controlliamo.

Nel dubbio, per una volta, forse vale la pena considerare una legge sulle reti come qualcosa che riguarda direttamente anche la reception, il ristorante, il piccolo albergo di mare o la DMO del territorio. Perché senza una buona rete, l’ospitalità del futuro rischia di restare a metà, tra la narrazione dei convegni e il Wi-Fi che “oggi va piano, mi spiace”.

Silvia Moggia

Silvia Moggia

Silvia Moggia è consulente in management turistico per hotel e destinazioni, formatrice e public speaker. Gestisce un boutique hotel e lavora con operatori ed enti su strategie di gestione, marketing e sviluppo sostenibile. È redattrice di Officina Turistica e scrive di hospitality, trend turistici e trasformazione del settore.

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Silvia Moggia è consulente in management turistico per hotel e destinazioni, formatrice e public speaker. Gestisce un boutique hotel e lavora con operatori ed enti su strategie di gestione, marketing e sviluppo sostenibile. È redattrice di Officina Turistica e scrive di hospitality, trend turistici e trasformazione del settore.

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