Il turismo nel 2046: il vero tema non sarà la tecnologia, ma chi controllerà fiducia, dati e accesso al viaggiatore
Ogni volta che esce un report sul “turismo del futuro”, il rischio è sempre lo stesso: una sfilata di scenari pieni di robot, auto volanti e camere d’albergo che ti leggono il pensiero prima ancora che tu chieda un secondo cuscino. Poi, però, si torna alla realtà, che di solito è fatta di booking window che si accorciano, costi del personale che salgono, OTA che divorano i margini e clienti che cambiano idea tre volte prima di confermare un soggiorno.
Il report rilanciato da PhocusWire e costruito a partire dal Leadership Exchange tra Phocuswright e ITB Berlin prova invece a fare una cosa più utile: non immaginare il futuro come una vetrina di gadget, ma come un riequilibrio di potere. E il messaggio di fondo, secondo me, è molto forte: il turismo del 2046 sarà modellato meno dalla tecnologia in sé e molto di più da chi controllerà la fiducia, i dati e l’accesso al viaggiatore.
Da albergatrice e consulente, trovo che sia una chiave di lettura molto più interessante del solito entusiasmo, un po’ infantile, per l’AI. Perché mette il dito dove davvero ci giocheremo il futuro: non tanto sulla possibilità di usare nuovi strumenti, ma sulla distribuzione del valore tra piattaforme, brand, territori, fornitori e viaggiatori.
Le quattro grandi domande che contano davvero
Il report, per come viene sintetizzato da PhocusWire, si struttura attorno a quattro interrogativi centrali:
- chi possiederà la fiducia nel 2046;
- dove si concentrerà il valore in un’industria travel AI-native;
- se il viaggio diventerà un diritto o un privilegio;
- se il mercato tenderà a consolidarsi o a frammentarsi.
Già così, senza andare oltre, c’è molto da lavorare.
Perché sono domande che non riguardano solo il 2046. Riguardano già il 2026.
La fiducia diventa più preziosa proprio mentre diventa più difficile da governare
Questa è forse la parte più importante.
Secondo il report, la diffusione di percorsi di prenotazione guidati dall’IA rischia di rendere più opaca la catena delle responsabilità. Se un viaggio viene suggerito, assemblato e magari anche prenotato da un agente intelligente, chi garantisce che i dati siano corretti, che il contenuto sia affidabile, che le fonti siano aggiornate, che il prezzo sia davvero il migliore o almeno coerente?
Il turismo ha sempre vissuto di fiducia. Prima nella guida cartacea, poi nell’agenzia fisica, poi sui portali di recensioni, poi sui grandi marketplace. Ora il tema si sposta a un livello ulteriore: quanto ci fidiamo di sistemi che non si limitano a mostrare opzioni, ma iniziano a decidere per noi quali meritino attenzione.
Nel mio lavoro vedo già questo passaggio. Gli ospiti arrivano più “preorientati” che mai. A volte hanno già una mappa mentale della struttura, del territorio e perfino delle aspettative di servizio, costruita su recensioni, contenuti, AI e comparatori. Il problema è che questa immagine iniziale non coincide sempre con la realtà. E quando la catena di fiducia si frammenta, il primo a pagare è spesso proprio l’operatore sul campo.
Il valore si sposta verso chi controlla dati e interfacce
Il report dice chiaramente che l’AI sta aumentando l’efficienza in tutto l’ecosistema del travel, ma al contempo sta redistribuendo il potere. Il controllo si sposta dai tradizionali intermediari verso chi possiede i dati, gli agenti intelligenti e le relazioni dirette con il viaggiatore.
Questa frase andrebbe appesa in molti uffici commerciali di hotel e DMO.
Perché descrive perfettamente ciò che sta già succedendo:
- Google sta cercando di trasformarsi da motore di ricerca a motore di decisione;
- le OTA investono sempre di più in AI, customer journey e personalizzazione;
- Meta sottrae attenzione a Google nella fase di ispirazione;
- i grandi player tech lavorano su protocolli e interfacce che potrebbero rendere invisibile il passaggio tra ricerca, scelta e acquisto.
Se nel 2005 il vantaggio stava nel possedere l’inventario, e nel 2015 nel saper comprare traffico meglio degli altri, nel 2046 potrebbe stare nel saper orchestrare la relazione con il cliente lungo tutto il ciclo del viaggio, prima ancora che il cliente sappia davvero che viaggio vuole fare.
Per hotel e territori questo apre una questione enorme: se non controlliamo almeno una parte significativa della relazione con i nostri ospiti, rischiamo di diventare solo l’ultimo anello esecutivo di una catena del valore costruita altrove.
Personalizzazione sì, ma a vantaggio di chi
Un altro asse importante del report riguarda la personalizzazione. L’AI e i dati first-party permetteranno di ridurre la fase di discovery e di spostare sempre più decisioni verso interazioni automatizzate.
Detto così, sembra tutto magnifico. E in parte lo è. Perché un travel journey più personalizzato può ridurre l’attrito, gli errori, il tempo perso, l’overload informativo.
Ma qui c’è sempre la stessa domanda, che nel turismo dovremmo farci più spesso: chi beneficia davvero di questa personalizzazione?
Se la personalizzazione serve a farmi trovare il viaggio giusto, bene.
Se serve a rendere tutto più semplice, meglio ancora.
Ma se serve soprattutto a spingermi dentro percorsi ottimizzati per la marginalità dei grandi operatori, allora siamo davanti a qualcosa di molto diverso.
Lo stiamo già vedendo nei programmi di loyalty, nella pubblicità conversazionale, nei sistemi di raccomandazione e nei motori AI che non si limitano a elencare possibilità, ma iniziano a costruire priorità.
Per questo continuo a pensare che il futuro del turismo non si giochi solo sull’adozione dell’AI, ma sulla trasparenza delle sue logiche.
Viaggiare sarà ancora un diritto o diventerà sempre più un privilegio
Il report tocca anche un tema che trovo molto interessante e forse un po’ meno discusso nei circuiti travel-tech: la possibilità che il viaggio, da bene sempre più accessibile, torni a diventare più selettivo, per ragioni economiche, politiche e ambientali.
In effetti i segnali ci sono già tutti:
- tensioni geopolitiche che ridisegnano i flussi;
- sistemi di visti e controlli sempre più selettivi;
- aumento dei costi di trasporto;
- pressione crescente delle politiche climatiche;
- dibattiti su overtourism, quote, accessi, tasse di soggiorno e limitazioni.
La retorica del viaggio illimitato e sempre più facile, che ha segnato gli anni della globalizzazione turistica più spinta, sta mostrando crepe evidenti.
Questo non significa necessariamente meno turismo. Significa un turismo più regolato, più stratificato, più diseguale.
E qui l’Italia dovrà stare molto attenta. Perché se da un lato può beneficiare di flussi premium e di un desiderio internazionale ancora molto forte, dall’altro rischia di diventare sempre più una destinazione accessibile bene solo a chi ha tempo, soldi e strumenti per navigare sistemi complessi.
Consolidamento o frammentazione? Probabilmente entrambi
Una delle intuizioni più interessanti del report è che l’AI potrebbe produrre due effetti apparentemente opposti allo stesso tempo:
- abbassare le barriere per piccoli operatori e nuovi entranti;
- concentrare però il potere in mano a chi controlla dati, distribuzione e infrastrutture di intelligenza.
È una dinamica che conosco bene anche da vicino. Da un lato oggi un piccolo hotel, una DMC o una cantina hanno accesso a strumenti che dieci anni fa erano impensabili: CRM, AI generativa, automazioni, booking engine, contenuti digitali, distribuzione internazionale. In teoria è una democratizzazione enorme.
Dall’altro lato, però, quei piccoli operatori spesso restano dipendenti da:
- poche grandi piattaforme di visibilità;
- pochi ecosistemi pubblicitari;
- pochi sistemi di intermediazione;
- pochi ambienti dove l’AI decide che cosa mostrare e a chi.
Il rischio del 2046 non è un mondo in cui i piccoli non possono esistere. È un mondo in cui possono esistere, ma dentro regole scritte da altri.
Il report dice che i prossimi tre anni sono la vera finestra critica
Questa è una delle righe più importanti della sintesi di PhocusWire: anche se gli scenari guardano a vent’anni, il report sottolinea che molti di questi cambiamenti sono già in corso e che i prossimi tre anni costituiranno una finestra decisiva di azione.
Qui, secondo me, sta il vero valore del documento. Non usa il 2046 per fare futurologia, ma per obbligarci a guardare con più onestà al presente.
Perché se aspettiamo di capire il nuovo equilibrio quando sarà già consolidato, arriveremo tardi. E nel turismo chi arriva tardi raramente recupera davvero.
Cosa significa per hotel e destinazioni italiane
Dal mio osservatorio, vedo almeno cinque implicazioni molto concrete.
1. La relazione diretta con l’ospite diventa ancora più preziosa
Non perché le OTA spariranno, ma perché in un ecosistema dominato da agenti, AI e piattaforme, ogni spazio di relazione proprietaria sarà ancora più strategico.
2. I dati vanno messi in ordine, adesso
Chi non ha una minima infrastruttura dati pulita, coerente e utile, nel prossimo ciclo rischia di non riuscire nemmeno a dialogare bene con i nuovi ecosistemi di distribuzione e personalizzazione.
3. Le destinazioni devono tornare a essere “fonti di verità”
Se la fiducia si frammenta, i territori hanno un’occasione. Possono diventare un punto di riferimento affidabile, aggiornato e leggibile all’interno dell’ecosistema informativo, invece di limitarsi a fare promozioni generiche.
4. Il prodotto turistico va ripensato in termini di accessibilità e rilevanza
Non basta essere desiderabili. Bisogna essere anche prenotabili, comprensibili, raccontabili e integrabili nei nuovi viaggi guidati dall’IA.
5. Serve più governance e meno entusiasmo automatico
L’AI è una leva enorme, ma senza regole, trasparenza e capacità di presidio, rischia di alimentare dipendenze e squilibri anziché ridurli.
In conclusione, il turismo del 2046, se il report Phocuswright-ITB ha ragione, non sarà definito tanto dai mezzi che useremo o dai gadget che ci circonderanno, ma da una domanda molto più semplice e molto più politica: chi avrà il diritto di decidere cosa è affidabile, cosa è rilevante e a chi arriva per primo il viaggiatore.
E questa, alla fine, è una domanda che riguarda già il presente.
Per noi che lavoriamo nell’hospitality e nelle destinazioni, il compito non è inseguire ogni nuova moda tecnologica. È capire dove si sposta il potere e come evitare di affidare a pochi grandi attori il monopolio sulla fiducia, sulla relazione e sull’accesso.
Perché il turismo del futuro, più ancora che una questione di innovazione, sarà una questione di governance. E lì, davvero, ci giochiamo molto più di quanto sembri.









