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È ormai divenuta sempre più diffusa la consapevolezza che, per realizzare un festival che sia in grado di generare valore sul territorio, sia necessario in primo luogo conoscere il territorio, sviluppare un’offerta coerente con la curiosità e con le esigenze dei cittadini, e infine sviluppare delle attività che siano in grado di coniugare il numero di presenze con la capacità d’offerta già attiva nelle aree in cui il festival viene organizzato.

Tali brevissime regole, che sembrano dettate dal buonsenso, hanno richiesto tuttavia moltissimo tempo per potersi affermare, e tutt’oggi, nonostante una sempre più diffusa sensibilità verso la sostenibilità della cultura, non è affatto raro imbattersi in produzioni culturali che ambiscono a superare quei vincoli che tali precetti, di fatto, impongono.

Anche tale aspirazione a divenire sempre più “grandi” è, del resto, comprensibile. Gli organizzatori di un festival ambiscono non solo culturalmente, ma anche economicamente ad estendere quanto più possibile il numero di partecipanti. Non solo per le economie direttamente coinvolte attraverso la vendita di biglietti o altri servizi accessori, ma anche per la notorietà e la rilevanza territoriale di riferimento, condizioni che agevolano anche la possibilità di accedere a finanziamenti privati (maggiori sponsor) e pubblici (bandi e finanziamenti), che a loro volta consentono di scritturare esponenti culturali più noti, in quello che, all’interno del perimetro di un festival, rappresenta senza dubbio un circolo virtuoso.

A fronte di tali spinte alla crescita, però, c’è un contesto più ampio, che è appunto rappresentato dalla dimensione territoriale, che punta (o dovrebbe puntare) al raggiungimento di un equilibrio tra domanda e offerta di posti letto, servizi, e mezzi di trasporto, senza tener conto delle altre dimensioni “logistiche base” come il decoro e la nettezza urbana, la gestione della sicurezza,  la viabilità cittadina.

In questa dicotomia, che vede da un lato un attore e attrattore privato e dall’altro il territorio, inteso come soggetto pubblico (e non solo amministrativo), è possibile rintracciare, in piccolo, quella stessa dicotomia che ha spinto sempre più città italiane sull’orlo di una crisi di turismo.

Alla base di tutti gli squilibri, infatti, è una differente visione del “paesaggio costruito”.

Si prenda un negozio di prossimità: in una logica prettamente monetaria, i proprietari di un piccolo esercizio commerciale sanno perfettamente che al netto di altre condizioni, quanto più trafficata sarà la strada su cui ha la propria attività commerciale tante più persone potranno entrare nel suo negozio.

Così come il proprietario di un b&b sa benissimo che, quanto più numerose saranno le presenze sul territorio tanto più alte saranno le probabilità di affittare le proprie stanze ai potenziali turisti.

Sia chiaro, in nessuna di tali condizioni è presente un carattere di giudizio morale. Né tantomeno l’intera dinamica può essere semplificata in una dicotomia tra “privato egoista” e “pubblico vittima”: gli stessi musei, le stesse gallerie, i monumenti e le aree archeologiche oggi applicano la medesima logica. Crescere. Crescere per essere più sostenibili, per essere più rilevanti, per avere una visibilità nazionale e internazionale.

Né le Amministrazioni, o il Governo si mostrano davvero avverse all’afflusso costantemente più significativo di turisti nei nostri centri urbani. Non è un caso che, in un Paese gremito di studi forse ancor più che di turisti, non sia mai stata realizzata un’analisi che approfondisse in modo sistematico il rapporto tra la capienza massima di un sistema urbano (logistica, gestione dei rifiuti, trasporto pubblico, offerta privata, servizi ricettivi e di ristorazione, ecc.), e il numero di “ingressi”.

Sono senza dubbio state stilate analisi puntuali, come quella redatta dalla Cà Foscari e coordinata dal professor Jan Van Der Borg, che valutava la “capacità di carico massima” della città di Venezia pari a circa 19 milioni di visitatori l’anno, contro i 28 che vennero stimati al tempo della pubblicazione della ricerca (2018).

Non è tuttavia mai stato realmente calcolato l’intera capacità urbana: quanti, tra residenti e turisti, possono coesistere all’interno di un dato territorio nello stesso momento, e per quanto tempo il sistema urbano nel suo complesso è in grado di sostenere eventuali picchi massimi.

La scarsa appetibilità di tali studi è ovvia: stabilire una capacità di carico massima può rivelarsi essere il preludio per azioni restrittive, o anche soltanto per polemiche strutturate nei riguardi dell’Amministrazione, o ancora, essere metodologicamente debole, richiedendo un monitoraggio costante di tutte le dimensioni che in qualche modo potrebbero incidere sui risultati finali.

Senza entrare in dettagli troppo tecnici, però, è opportuno anche segnalare che avere degli indicatori, anche se approssimati attraverso proxy, potrebbe essere non solo uno strumento per la gestione dei flussi turistici, ma anche per la gestione delle attività cittadine, tanto nelle grandi realtà urbane quanto in quei territori che, pur se meno inflazionati, presentano in ogni caso vincoli logistici ed equilibri di sostenibilità ancor più delicati.

La creazione di una tale dashboard, realizzata anche partendo da alcune esperienze virtuose, come quella descritta in un documento del Comune di Firenze per il centro storico UNESCO della città, potrebbe non solo creare un sistema di governo complementare alle pianificazioni territoriali di stampo prettamente urbanistico oggi previste dalla nostra regolamentazione, ma potrebbe altresì favorire l’emersione di una struttura cooperativa tra differenti piccole realtà.

La cooperazione tra realtà territoriali contigue è, nei fatti, una delle soluzioni più efficaci per incrementare la nostra capacità di offerta e di gestione tanto di spazi vivibili quanto di spazi turistici. Tale cooperazione, pur presentando evidenti elementi a proprio favore, non sempre trova una concreta applicazione, in parte per ragioni culturali e storiche, in parte per mancanza di reali opportunità.

La creazione di strumenti di “distribuzione” territoriale in tempo reale, in considerazione della domanda e dell’offerta, con la previsione di servizi di trasporto da e verso territori contigui da attivare sulla base dei flussi informativi, potrebbe senza dubbio stimolare riflessioni e patti intercomunali, trasformando anche il più piccolo dei borghi in un nodo territoriale più ampio, e favorendo quindi non solo la sua promozione, ma anche la capacità di generare valore pubblico, non solo all’interno del proprio perimetro amministrativo, ma anche nei comuni vicini.

Se c’è una condizione che i primi anni di questo secolo ci hanno insegnato, è che è terribilmente difficile avviare trasformazioni culturali partendo da riflessioni culturali, mentre è invece molto più facile avere degli impatti culturali prorompenti partendo dalla creazione di strumenti.

Piuttosto che ragionare sulle politiche, vale dunque la pena iniziare a ragionare sugli strumenti che renderebbero tali politiche, agli occhi di tutti, la scelta più semplice ed efficace da prendere.

Stefano Monti

Stefano Monti

Partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all'estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale e turistico.

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