Se gestisci i social del tuo hotel o della tua destinazione, prima o poi ti sarà capitato di fermarti su uno screenshot come questo: una domanda esistenziale, una risposta profonda attribuita a un chatbot e una didascalia del tipo “la visione assoluta di Claude” o “quello che l’AI pensa davvero”. Il post genera engagement, i commenti si riempiono di gente sconvolta, e tu per un attimo pensi: e se fosse vero?
Non lo è quasi mai, e vale la pena capire perché prima di ricondividerlo o, peggio, di prenderlo come riferimento per i tuoi contenuti.
Cosa dice davvero la fonte
Broadsight, che si occupa di comunicazione e gestione della reputazione, ha analizzato questo fenomeno in un articolo dedicato alle “fake quotes” generate dall’intelligenza artificiale. Il punto centrale è che questo tipo di disinformazione è diverso da quella tradizionale: non nasce quasi mai da un piano organizzato per manipolare l’opinione pubblica, bensì da un uso disinvolto e speculativo dei chatbot. Qualcuno chiede a un’AI cosa potrebbe plausibilmente dire un personaggio pubblico su un evento recente, ottiene in pochi secondi una frase formale, ben scritta, attribuita a quella persona, e con lo stile di una citazione giornalistica vera. Da lì basta uno screenshot per farla circolare come se fosse autentica.
Il dato più utile per chi lavora nella comunicazione, anche turistica, è questo: il problema non è tanto l’intento di ingannare, quanto il fatto che il formato e il tono di questi output attribuiscono automaticamente credibilità al contenuto, indipendentemente dalla sua veridicità. Una frase scritta bene, in un registro professionale, con l’aspetto di una dichiarazione ufficiale, viene percepita come autorevole a prescindere da chi (o cosa) l’abbia effettivamente prodotta.
Cosa significa per chi comunica un hotel o una destinazione
Qui la traduzione pratica è diretta, perché il problema riguarda anche noi, non solo i grandi media. Se gestisci i canali social di una struttura o di una destinazione, capita di dover reagire in fretta a contenuti virali, screenshot, citazioni che sembrano autorevoli. La tentazione di ricondividere qualcosa di accattivante, o di prendere spunto per un post (“l’AI dice che il turismo lento è il futuro”, per dire), è forte proprio perché quel tipo di contenuto è costruito per sembrare vero.
La cautela minima è verificare due cose prima di dare credito a uno screenshot del genere: l’interfaccia corrisponde davvero all’app o al servizio dichiarato, e la fonte è verificabile al di fuori dello screenshot stesso. Se manca uno dei due elementi, meglio trattarlo come contenuto di intrattenimento, non come informazione.
La mia esperienza in Oasi
Con l’Oasi mi capita spesso di usare l’AI per lavoro, dalla scrittura alla localizzazione dei contenuti, e proprio per questo ho imparato a starci attenta quando la vedo impiegata come “oracolo” nei contenuti altrui. La differenza sta tutta nel controllo: io so cosa ho chiesto, in che contesto, e posso verificare quello che mi viene restituito prima di pubblicarlo. Chi guarda solo lo screenshot finale non ha nessuna di queste informazioni, e infatti prende per buona una frase che potrebbe venire da un prompt fatto ad arte, da un’app diversa da quella dichiarata, o da un modello che non c’entra nulla con quello nominato nel post.
Il punto strategico
Nel nostro settore, la reputazione si costruisce anche sulla credibilità di ciò che condividiamo. Un post virale con una “citazione AI” scioccante può sembrare innocuo o persino divertente da ricondividere, ma comunica implicitamente che non verifichiamo le fonti prima di darle spazio, e questo vale tanto per un fake quanto per una recensione o un dato di settore male interpretato. La regola resta la stessa di sempre, solo applicata a un tipo di contenuto nuovo: prima di condividere, controlla da dove viene davvero.
*© immagine di copertina: Bruno Bustabad Garcia su Getty Images, via Canva Teams









