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Dal Grand tour al turismo di massa – Istat

Questa figura è tratta da un recente articolo apparso sul sito di Istat Dal Grand tour al turismo di massa – Istat.

Partiamo da quello che il grafico mostra davvero, prima di arrivare a quello che potrebbe significare. Sono due fotografie della distribuzione regionale delle presenze turistiche italiane — 1962 e 2025 — a 63 anni di distanza. Non un film, due fotogrammi isolati. Questo è importante da tenere a mente per tutto quello che segue: quello che leggeremo sono i punti di partenza e di arrivo di un percorso di cui non vediamo il tracciato intermedio. Nel mezzo ci sono stati shock petroliferi, terrorismo che ha colpito duramente l’inbound negli anni ’70-’80, la crisi economica del 2008-2014, il lento declino dell’economia italiana, le low cost, le grandi piattaforme digitali, gli affitti brevi il crollo del Covid. La lettura che segue è una chiave interpretativa plausibile, non l’unica possibile.

Il punto di partenza: una mappa quasi tutta al Centro-Nord

Nel 1962 la classifica è netta: Emilia-Romagna, Veneto, Liguria, Lombardia e Toscana occupano le prime cinque posizioni, e insieme ad altre due regioni — Trentino-Alto Adige e Lazio — concentrano tre quarti di tutte le presenze turistiche nazionali. Il Mezzogiorno, nel suo complesso, pesa appena l’11,7%. È la fotografia di un Paese in cui il turismo di massa è appena nato — le presenze erano raddoppiate in un solo decennio, spinte dal boom economico e dalle nuove infrastrutture di trasporto — ma resta un fenomeno quasi interamente domestico e concentrato in poche regioni del Nord. Non a caso, nel 1962 la componente straniera è maggioritaria solo in due di queste sette regioni: Trentino-Alto Adige (a due passi dai paesi di lingua tedesca) e Lazio (cioè Roma). Ovunque altrove, chi viaggia in Italia è quasi sempre italiano. Questa è la base di partenza.

Questo modello ha funzionato per decenni. Poi, in modo abbastanza documentato dalla letteratura di economia del turismo, la crescita della domanda domestica ha iniziato a rallentare dopo il 2008: redditi disponibili fermi, voli low-cost e piattaforme digitali che aprono a nuove opportunità, ma anche a maggiore concorrenza, ferie sempre più frammentate invece che concentrate in blocco, una popolazione che invecchia. Nello stesso periodo — pur con un’interruzione netta nel biennio Covid — la domanda internazionale ha continuato a crescere, fino a diventare oggi il motore che tiene in moto gran parte del sistema.  Vediamo, cosa hanno prodotto questi cambiamenti.

Il Mezzogiorno raddoppia

Il primo movimento, e forse il più importante, riguarda proprio le regioni che nel 1962 erano ai margini della mappa: Campania, Sicilia, Puglia, Sardegna, tutte relegate agli ultimi posti. Nel 2025 il peso complessivo del Mezzogiorno è raddoppiato rispetto all’11,7% di partenza. Un cambiamento strutturale, che porta queste regioni a superare in classifica territori un tempo molto più forti come Piemonte e Liguria.

Lo sfondo che aiuta a leggere questo movimento è la trasformazione della domanda nel suo complesso: la quota di presenze straniere sul totale nazionale cresce dal 33,6% al 55,3% tra il 1990 e il 2025, e oggi la componente estera è maggioritaria in undici regioni italiane — contro le due sole del 1962. Il Sud non cresce nel vuoto: cresce mentre l’intero sistema si internazionalizza, e intercetta una parte di questa nuova domanda (dal 3% del 1962, al 10% del 2025) insieme a una quota di turismo domestico che negli anni ha iniziato a guardare oltre le mete tradizionali del Nord (da 8% al 12%).

Roma

Nel 2025 il Lazio passa dalla settima alla seconda posizione — uno dei salti più netti dell’intera mappa. Ma per capire davvero questo movimento bisogna scendere di un livello, dalla regione alla città. Tra il 2015 e il 2025 Roma, insieme a Milano, Venezia e Firenze, si conferma stabilmente ai primi posti per numero di presenze; l’aumento di peso complessivo di queste quattro città sul totale nazionale, però, è ascrivibile quasi interamente a una sola di loro: Roma, che da sola nel 2025 vale il 9,4% delle presenze dell’intero Paese — più di quanto pesino intere regioni di dimensioni medie. Nella capitale, come nelle altre grandi città, i turisti stranieri superano ormai i tre quarti del totale.

Il Trentino-Alto Adige e la conferma di una vocazione già presente

Il Trentino-Alto Adige compie un percorso simile — dalla sesta alla terza posizione — ma con una storia diversa alle spalle: era già, nel 1962, una delle due sole regioni a maggioranza straniera. Il suo salto in classifica non nasce da zero: è il rafforzamento di una vocazione internazionale — la montagna come meta per il turismo mitteleuropeo — che il resto del Paese ha impiegato decenni a raggiungere.

Il Veneto, primo ieri e oggi: una stabilità che nasconde un cambiamento

Il Veneto è l’unica regione che apre e chiude la classifica nella stessa posizione, prima sia nel 1962 sia nel 2025. Ma leggere questa stabilità come immobilismo sarebbe un errore: il Veneto del dopoguerra era, oltre Venezia, in larga parte un balneare di massa a vocazione domestica (Jesolo, Bibione), non troppo diverso dal modello che altrove — come vedremo tra poco — ha perso terreno. Il fatto che la regione resti prima ancora oggi, in un sistema dove la domanda si è spostata pesantemente verso l’estero, suggerisce che al proprio interno abbia saputo far crescere un secondo motore — le Dolomiti, i laghi, il plain air, la trasformazione delle località di mare — capace di intercettare la nuova domanda internazionale mentre il balneare tradizionale rallentava. È una stabilità di posizione costruita su una capacità di adattarsi alla domanda internazionale.

Emilia-Romagna e Liguria: dove la mappa segna il calo più netto

Sul fronte opposto, il calo più visibile riguarda proprio le due regioni che nel 1962 occupavano il primo e il terzo posto: Emilia-Romagna e Liguria. Il dato Istat è esplicito nel descrivere questo movimento: tra il 1962 e il 2025 si riduce sensibilmente la loro quota sul totale nazionale.

Entrambe restano tra le regioni più legate al modello di domanda originario, quello a prevalenza domestica del turismo di massa balneare, basato su piccole strutture ricettive, in un sistema dove quel modello da solo non basta più a mantenere le posizioni di vertice raggiunte nel dopoguerra.

Una mappa che resta comunque concentrata

Vale la pena chiudere la lettura della mappa con un’ultima osservazione, che vale per tutte le regioni insieme: nonostante il ribaltamento quasi completo dei nomi in classifica, la concentrazione geografica del turismo italiano non è scomparsa. Il Mezzogiorno raddoppia, sì, ma da una base molto bassa; poche regioni — e, come abbiamo visto, spesso poche singole città al loro interno — continuano a catalizzare la parte più consistente delle presenze nazionali. La mappa è cambiata nei protagonisti molto più di quanto si sia allargata nella sua geografia complessiva.

Antonio Pezzano

Antonio Pezzano

Antonio Pezzano assiste enti pubblici e organizzazioni turistiche a disegnare e attuare politiche e progetti che creino valore economico. Il suo ruolo é fornire dati e fatti concreti a chi prende le decisioni. E’ stato per conto della Commissione Europea coordinatore della rete di destinazioni turistiche europee di eccellenza EDEN.

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Antonio Pezzano assiste enti pubblici e organizzazioni turistiche a disegnare e attuare politiche e progetti che creino valore economico. Il suo ruolo é fornire dati e fatti concreti a chi prende le decisioni. E’ stato per conto della Commissione Europea coordinatore della rete di destinazioni turistiche europee di eccellenza EDEN.

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