Intervista a Marc Sampietro, CEO di Combo
Nel panorama dell’ospitalità italiana, Combo è uno di quei progetti che non si lascia classificare facilmente. Nata nel maggio 2019 con la prima struttura a Venezia, è cresciuta fino a essere presente in quattro città — Bologna, Venezia, Milano e Torino — con un modello che mescola ostello, coworking, ristorazione ed eventi culturali in edifici storici recuperati. Non è un hotel, non è un semplice ostello, non è un centro culturale: è tutte queste cose insieme, e questa ambiguità è esattamente il punto. Ne ho parlato con Marc Sampietro, CEO di Combo.
Combo nasce nel 2019, attraversa il Covid e oggi è presente in quattro città italiane. A che punto è il progetto?
Siamo in una fase di consolidamento dopo i primi cinque anni di sviluppo. Abbiamo avviato il progetto con le prime strutture tra Bologna e Venezia, per poi crescere su Milano e Torino. Come molte realtà del settore, abbiamo attraversato un periodo complesso con il Covid, ma oggi il modello è solido. Adesso siamo entrati in una fase che definirei di “fine tuning” : stiamo lavorando per migliorare la qualità dell’esperienza e rendere il prodotto ancora più coerente. L’obiettivo è prepararci a una crescita più strutturata, partendo da una base che oggi è già consolidata. Stiamo sviluppando nuovi progetti all’interno, come ad esempio un vero e proprio store innovativo a Milano, o penso alla palestra in collaborazione con Technogym. L’obiettivo è quello di creare un prodotto upper scale.
Ospitalità, cultura, coworking, ristorazione, eventi: come tenete insieme tutto questo senza perdere il filo?
L’ospitalità resta il nostro core business principale, ma non è l’unico elemento. Un aspetto centrale è la gestione della community e dei flussi all’interno degli spazi. Le nostre strutture sono vive durante tutto l’arco della giornata: la mattina accolgono il quartiere, poi coworker e studenti, fino ad arrivare alla sera con eventi e attività culturali. Questa continuità è ciò che rende Combo diverso da un ostello tradizionale. La componente culturale, in particolare, è fondamentale: mostre, musica, eventi e collaborazioni artistiche fanno parte integrante dell’esperienza.
Un modello così articolato regge economicamente, o la complessità ha un costo?
È un modello che si è dimostrato molto resiliente. Il fatto di avere diverse linee di business ci permette di bilanciare eventuali cali su una singola area. Durante il Covid, ad esempio, quando l’ospitalità era ferma, abbiamo potuto continuare a lavorare con ristorazione e coworking. Allo stesso modo, oggi, in un contesto internazionale incerto, alcune attività più legate al territorio — come eventi e spazi comuni — continuano a funzionare anche se cala la domanda turistica. Questa diversificazione è uno dei nostri punti di forza.
L’ostello è ancora un posto per giovani, o il vostro pubblico sta cambiando?
I dati più recenti mostrano un pubblico più equilibrato di quanto ci si aspetterebbe: circa il 55% è under 30, ma il 45% ha più di trent’anni. È un dato che ha sorpreso anche noi e su cui vogliamo lavorare. Il nostro obiettivo è ampliare ulteriormente il target over 30. Questo è possibile grazie alla qualità delle strutture e alla tipologia di offerta: abbiamo camere private, edifici storici e un livello di servizio che rende il soggiorno competitivo anche rispetto agli hotel, soprattutto in città con prezzi elevati.
Il mercato degli spazi ibridi si è affollato molto. Perché Combo e non un altro?
La nostra scelta è chiara: restare un ostello, ma alzandone il livello qualitativo. Non vogliamo diventare un hotel, perché crediamo che proprio nel mondo degli ostelli ci sia ancora molto spazio per innovare. Ci distinguiamo per tre elementi principali: la qualità e la storia degli edifici, la forte identità culturale e un’esperienza che, in molti casi, si avvicina a quella alberghiera pur mantenendo accessibilità e flessibilità. In alcune situazioni, soprattutto nelle camere private, l’ospite potrebbe non percepire di essere in un ostello.
State ripensando anche il prodotto, in particolare le camere?
È uno degli aspetti su cui stiamo lavorando di più. L’idea è ridurre la capienza delle stanze e migliorare il comfort. In futuro, il numero massimo sarà di quattro posti letto per camera, sempre con bagno privato. Allo stesso tempo stiamo aumentando l’offerta di camere private. Vogliamo mantenere l’identità dell’ostello, ma rendere l’esperienza più accessibile anche a target diversi, come famiglie o piccoli gruppi. A questo si affiancano interventi sulla digitalizzazione e sui servizi, per rendere l’esperienza complessiva sempre più fluida.
Ogni struttura Combo nasce dentro un edificio esistente, spesso dismesso. È una scelta estetica, etica o strategica?
È tutte e tre le cose insieme. Fa parte del nostro DNA lavorare su edifici esistenti, spesso inutilizzati, e restituirli alla città. Da un lato c’è un valore culturale e urbano molto forte, dall’altro anche una logica strategica ed ambientale: ristrutturare ha un impatto diverso rispetto al costruire ex novo. Il risultato è uno spazio che non è solo ricettivo, ma diventa un punto di riferimento per il quartiere.
Come fare a scalare senza diventare una catena anonima?
Il modello è replicabile, ma non standardizzato. Il brand e la filosofia restano gli stessi, ma ogni struttura si adatta al contesto in cui si inserisce. L’edificio ha un ruolo centrale e cambia da città a città, così come la programmazione culturale. A Venezia, ad esempio, lavoriamo molto sull’arte; a Torino sulla musica elettronica; a Milano su format più compatibili con il contesto urbano. Questo ci permette di mantenere una forte identità, pur crescendo.
Come scegliete la prossima città in cui aprire Combo?
Ci sono alcuni criteri chiave: una forte presenza universitaria, una scena culturale attiva e una buona accessibilità, soprattutto a livello ferroviario. Stiamo valutando diverse città italiane come Palermo, Napoli, Padova e Bologna. La sfida principale è trovare l’edificio giusto, perché il progetto parte sempre da lì. Nel breve periodo vogliamo consolidare la presenza in Italia; successivamente guarderemo all’Europa.
Tra cinque anni, se Combo fosse davvero un riferimento europeo dell’hospitality ibrida — cosa avrebbe dovuto fare che ancora non ha fatto?
Dovremmo essere presenti nelle principali città europee, mantenendo però una forte identità. L’obiettivo è far crescere un brand italiano e portarlo all’estero senza snaturarlo. Ci sono pochi esempi di realtà italiane dell’ospitalità che riescono a farlo con successo, soprattutto nel segmento ibrido. Per noi questa è una sfida importante, e anche una responsabilità.










