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La mutazione è la chiave della nostra evoluzione. Ci ha consentito di passare da organismi monocellulari alla specie dominante sul pianeta. È un processo lento che richiede migliaia di anni, ma a volte l’evoluzione accelera e compie un salto in avanti.

Inizia così, con la voce fuoricampo del Professor Charles Xavier, il film X-Men del regista Bryan Singer. È una frase che torna spesso a farmi visita ogni volta che mi trovo di fronte a qualcosa di nuovo nel mondo del turismo e, come in questo caso, nel settore hospitality.

Forse è un paragone un po’ forzato, ma per me rende bene l’idea di come questo settore attraversi lunghi momenti di relativa stabilità, per poi essere improvvisamente attraversato da cambiamenti che ne modificano profondamente il modello.

L’ultima grande evoluzione è stata quella delle strutture ibride, che hanno contribuito a ridefinire il concetto di ospitalità classica. Negli ultimi anni, però, ho avuto la sensazione che il settore fosse tornato in una fase di relativa calma: molti progetti interessanti, spesso anche molto belli, ma pochi realmente capaci di spostare il paradigma.

Poi, un giorno, mi sono imbattuto nel progetto WAO Certosa e mi sono detto: “ci risiamo”.

Ma cos’è WAO, anzitutto?

È una società milanese che sviluppa e gestisce spazi di coworking, uffici, sale meeting e spazi per eventi. Fa parte di OneDay Group, il gruppo dietro realtà come WeRoad, ScuolaZoo e Chef in Camicia, giusto per citare alcuni dei brand più conosciuti.

Negli spazi WAO lavorano alcune delle giovani aziende più interessanti del panorama nazionale, come WeRoad, Casavo, Barberino’s e UnoBravo.

Torniamo però a WAO Certosa.

A prima vista potremmo pensare di trovarci davanti all’ennesimo progetto ibrido che combina ospitalità e spazi di lavoro. In realtà, a mio avviso, l’elemento più interessante è proprio un altro.

Qui non siamo di fronte a un coworking inserito all’interno di una struttura di hospitality. Succede quasi l’opposto: un operatore nato fuori dal mondo dell’ospitalità decide di progettare un nuovo spazio abitativo partendo dalle esigenze di chi lavora.

WAO Certosa è infatti un progetto di coliving che affianca il mondo degli spazi di lavoro condivisi, ma lo fa ribaltando il punto di partenza. L’obiettivo non è semplicemente integrare funzioni diverse nello stesso edificio, ma costruire un ambiente abitativo pensato per una nuova generazione di professionisti mobili, temporanei e sempre più abituati a muoversi tra città diverse.

Il progetto prevede 190 posti letto distribuiti tra monolocali e bilocali, per quasi 13.000 metri quadrati complessivi, di cui oltre 3.000 dedicati a spazi per eventi e servizi.

Per capire meglio la logica dietro questo progetto ho avuto modo di contattare WAO e Massimiliano Zampini, founder & CEO di WAO – We Are Open, si è prestato a rispondere a qualche mia domanda.

Come funziona l’ospitalità di WAO Certosa? È pensata anche per chi non utilizza il coworking? E come convivono pubblici diversi all’interno dello stesso progetto?

WAO Certosa nasce per rispondere a esigenze abitative temporanee e flessibili. Ci rivolgiamo soprattutto al mondo dei giovani professionisti: chi arriva a Milano per due o tre giorni di lavoro, chi si ferma qualche settimana per una trasferta, chi resta qualche mese perché arriva dall’estero, ma anche studenti o persone che stanno cercando una casa definitiva e hanno bisogno di un punto di appoggio iniziale.

WAO Certosa non avrà uno spazio di coworking dedicato, anche se ci saranno zone condivise pensate per attività lavorative leggere, come call, brevi meeting o momenti di lavoro informale. Chi ha bisogno di una postazione strutturata potrà appoggiarsi agli altri spazi WAO in città. La nostra offerta di coworking resta orientata prevalentemente verso startup e piccole aziende, mentre qui il focus è sull’ospitalità.

All’interno del progetto convivono pubblici diversi grazie a livelli differenti di privacy: appartamenti completamente indipendenti con cucina per chi vuole stare per conto proprio, e spazi comuni per chi ha piacere di conoscere nuove persone. A questo si aggiunge una dimensione aperta alla città, grazie agli eventi, che contribuisce a rendere l’esperienza più porosa e viva.

Se dovessi descrivere in una frase l’idea guida di WAO Certosa, quale sarebbe?

Un posto dove stare bene.

Quali ambienti e funzioni saranno presenti e come avete pensato gli alloggi? Che tipo di uso degli spazi volete favorire?

WAO Certosa sarà composto principalmente da monolocali e bilocali, tutti dotati di cucina, per garantire autonomia e comfort. Accanto agli alloggi privati ci saranno spazi condivisi come living comuni su ogni piano, una palestra e un’area lavanderia. Saranno presenti anche un bar ristorante, una sala dedicata agli eventi e un’area verde, dove porteremo il mondo WAO tra cultura e intrattenimento.

L’idea è favorire un uso degli spazi libero e non imposto: chi vuole vivere l’appartamento come rifugio privato può farlo, chi invece desidera socialità può trovarla facilmente negli spazi comuni. Non forziamo la community, la rendiamo possibile.

Ci sono luoghi o progetti che vi hanno ispirato, in Italia o all’estero? Come li avete reinterpretati in chiave WAO?

È difficile individuare un modello perfettamente sovrapponibile. Abbiamo osservato realtà diverse che lavorano bene sul concetto di community, come The Social Hub, GravityCo, Ostello Bello o 21 House of Stories.

Da questi progetti abbiamo preso spunti, soprattutto in termini di flessibilità del prodotto e del servizio, reinterpretandoli però secondo l’identità di WAO. La nostra esperienza nasce dal coworking e dall’abitare urbano contemporaneo, e ci ha portato a immaginare soluzioni diverse per esigenze diverse, sia negli spazi sia nei servizi, mantenendo sempre un approccio molto concreto.

Guardando ai prossimi anni, come pensate possa evolvere questo progetto? E ha senso immaginare sinergie con altri progetti del gruppo?

Il termine coliving oggi ci sta stretto: preferiamo parlare di living, un ambito che ha ancora molto spazio di crescita, soprattutto in città come Milano. Qui vogliamo consolidare il modello, ma stiamo già guardando anche ad altre città italiane, dal Nord fino a Roma.

All’interno del gruppo esistono sinergie naturali, più sul piano del know-how che su quello operativo. Progetti come WeRoad, ad esempio, ci aiutano a comprendere meglio le nuove generazioni, i loro bisogni e i loro stili di vita, ed è questo che alimenta la nostra ricerca di nuovi modelli di sviluppo. Gli spazi WAO già ospitano WeMeet, aperitivi, workshop e attività della community di WeRoad al di fuori della dimensione del viaggio.

Lavoriamo su convenzioni e collaborazioni: c’è una forte porosità tra i progetti, ma ogni realtà mantiene una propria identità e un proprio focus. Per WAO, oggi, il coworking resta fortemente radicato a Milano, mentre il living rappresenta un nuovo campo di sperimentazione e crescita.

Guardando a progetti come questo è interessante chiedersi se siamo davvero all’inizio di una nuova mutazione nel mondo dell’ospitalità urbana.

Negli ultimi anni abbiamo visto nascere modelli ibridi sempre più complessi, capaci di mescolare hotel, student housing, coworking e spazi culturali. Progetti come WAO Certosa sembrano però suggerire un passo ulteriore: non più semplici contaminazioni tra funzioni diverse, ma modelli abitativi pensati fin dall’inizio per una generazione che vive il lavoro, la città e la casa in modo molto più fluido rispetto al passato.

Se questo approccio si dimostrerà replicabile, potremmo trovarci di fronte a uno di quei piccoli salti evolutivi che, con il tempo, finiscono per ridefinire un intero settore.

Perché, come ricordava il Professor Xavier all’inizio di X-Men, l’evoluzione è spesso lenta. Ma ogni tanto accelera, e cambia le regole del gioco.

Michele Forchini

Michele Forchini

Bergamasco, dopo un percorso scolastico tra Beni Culturali e turismo si laurea con la prima tesi in Italia sulla figura del Direttore d’Ostello. Da dieci anni si occupa di ostelli e strutture ricettive innovative con una particolare predilezione per quelle ibride. Oggi è direttore operativo di Arkè Hostels, una piccola catena di ostelli tra Bergamo e il Lago d’Iseo. Guarda sempre avanti, aprendo nuove porte e facendo cose nuove perchè è curioso, e la curiosità lo porta verso nuovi orizzonti.

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