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Per anni abbiamo ragionato sul turismo come se fosse un grande organismo stagionale, con i suoi alti e bassi, certo, ma tutto sommato leggibile. C’erano mercati forti, mercati deboli, finestre di prenotazione abbastanza prevedibili, destinazioni che performavano quasi “per diritto acquisito”. Oggi non è più così.

La domanda turistica globale continua a crescere, ma lo fa in modo meno lineare, più nervoso, più selettivo. Non siamo di fronte a un settore fermo. Siamo di fronte a un settore più instabile. Ed è una differenza enorme.

Secondo il WTTC, il travel & tourism globale dovrebbe nel 2025 raggiungere un contributo record di 11,7 trilioni di dollari all’economia mondiale, pari al 10,3% del PIL globale, con 371 milioni di posti di lavoro sostenuti dal settore.
Quindi no, il turismo non si sta fermando. Ma sta cambiando il modo in cui distribuisce crescita, rischi e opportunità.

Una crescita meno uniforme, e molto più fragile

UN Tourism rileva che nel 2025 la domanda internazionale è rimasta sostenuta, con il terzo trimestre in crescita del 4% rispetto al 2024, ma dentro un quadro di fiducia più mista, frenato da tensioni geopolitiche, commerciali e da costi di viaggio ancora elevati.

È proprio questo il punto. I numeri aggregati continuano a salire, ma sotto la superficie il mercato si fa più disomogeneo:

  • alcune aree accelerano, soprattutto dove si investe molto in accessibilità e posizionamento;
  • altre rallentano, pur restando forti;
  • alcuni flussi reagiscono rapidamente a crisi e percezioni di rischio, altri tengono meglio;
  • la spesa si sposta più velocemente da una destinazione all’altra.

Il risultato è che sempre più destinazioni e hotel si ritrovano a operare in una domanda forte, ma molto meno stabile di prima.

Geopolitica, prezzi, fiducia: i tre fattori che ridisegnano i flussi

Il primo grande fattore è la geopolitica. Non serve arrivare a scenari estremi per vedere effetti turistici molto concreti. Basta un’escalation regionale, una tensione diplomatica, una percezione di instabilità e interi mercati rallentano o si spostano.

UN Tourism segnala esplicitamente che, già nel 2025, le tensioni geopolitiche e commerciali hanno ridotto la propensione al viaggio e spinto alcuni consumatori verso vacanze più brevi e più vicine a casa.

Il secondo fattore è il prezzo. Inflazione nei servizi turistici, trasporti più costosi, cambio sfavorevole in alcuni mercati: tutto questo rende la domanda più sensibile e più opportunista. Non vuol dire che la gente smetta di viaggiare. Vuol dire che confronta di più, decide più tardi, cambia idea più facilmente.

Il terzo fattore è la fiducia. Ed è qui che si vede la vera fragilità del turismo internazionale. Una destinazione può restare attrattiva sulla carta, ma perdere slancio se l’esperienza di viaggio viene percepita come troppo cara, troppo complessa o troppo incerta.

Il caso New York: una destinazione fortissima che non è ancora tornata davvero “come prima”

New York è un esempio molto utile, proprio perché stiamo parlando di una destinazione globale, iconica e, teoricamente, inattaccabile.

I dati ufficiali di NYC Tourism mostrano che nel 2024 la città ha registrato oltre 51 miliardi di dollari di spesa diretta dei visitatori, ma le visite erano ancora al 97% rispetto al record del 2019.
Parallelamente, il WTTC segnala che gli Stati Uniti, pur restando il più grande mercato travel del mondo, nel 2025 continuano a registrare una spesa internazionale ancora sotto i livelli del 2019.

Anche Tourism Economics ha rivisto il quadro statunitense, parlando di un inbound travel debole nel 2025, con una previsione di calo dell’8,2% delle visite overseas e di una perdita stimata di 8,3 miliardi di dollari di spesa inbound rispetto alle attese.

Questo non significa che New York “vada male”. Significa qualcosa di più interessante: anche una delle destinazioni più forti del pianeta può restare sotto i livelli pre-pandemia più a lungo del previsto, se cambiano il contesto economico, il sentiment internazionale e la facilità complessiva del viaggio.

Ed è esattamente la lezione che dovremmo portare a casa anche noi.

Non esiste più una domanda stabile

Per gli hotel questa è forse la frase più importante da accettare. Non esiste più, o esiste molto meno, una domanda stabile su cui sedersi.

Esistono invece:

  • finestre di prenotazione più corte o più irregolari;
  • mercati che reagiscono in modo diverso agli stessi stimoli;
  • settimane che sembrano fortissime e poi si sgonfiano;
  • mesi mediocri che si accendono all’ultimo grazie a eventi, voli, meteo o spostamenti di domanda da altre destinazioni.

Questa volatilità non è soltanto un problema di revenue management. È una questione di modello mentale.

Chi continua a leggere il mercato con categorie di cinque o dieci anni fa rischia di restare sempre in ritardo. E quando arrivi tardi in un mercato volatile, di solito finisci per correggere i prezzi, tagliare i margini o rincorrere l’ultimo canale disponibile.

Cosa significa per gli hotel, molto concretamente

1. Forecast meno rigidi, monitoraggio più continuo

In un mercato più instabile, il forecast non è più un documento da preparare una volta e poi ritoccare ogni tanto. Diventa un processo continuo. Non serve impazzire dietro ogni microvariazione, ma serve imparare a leggere i segnali deboli: andamento delle ricerche, booking window, rallentamenti improvvisi su alcuni mercati, effetti di eventi geopolitici o di prezzo.

2. Meno dipendenza da un solo mercato

Se una quota troppo alta del tuo fatturato dipende da uno o due mercati esteri, oggi il rischio è molto più alto di prima. Basta una crisi diplomatica, una svalutazione, una riduzione dei voli, un cambio di narrativa e il tuo equilibrio si sposta.

Diversificare non è una parola bella da mettere nei business plan. È una forma di assicurazione.

3. Posizionamento più chiaro

In tempi di volatilità, il cliente sceglie più rapidamente ciò che capisce subito. Le strutture con una promessa confusa, né premium né value, rischiano di soffrire di più. Chi, invece, ha una proposta chiara, un pubblico leggibile e una comunicazione coerente tende a reggere meglio gli scossoni.

4. Più flessibilità operativa

La volatilità della domanda si traduce quasi sempre in volatilità operativa. Arrivi concentrati, cambi di ritmo, buchi improvvisi, picchi inaspettati. Serve una struttura organizzativa capace di adattarsi, non solo un listino aggiornato.

5. Lettura del contesto, non solo del comp set

Guardare il competitor accanto resta utile, ma non basta più. Oggi bisogna guardare anche oltre la destinazione: cosa sta succedendo nei mercati emittenti, nel trasporto aereo, nel cambio, nella percezione generale della sicurezza, nelle politiche sui visti, nelle tariffe energetiche. Tutto questo entra nella performance di un hotel molto più di quanto spesso ci raccontiamo.

Per l’Italia è una sfida, ma anche un’opportunità

L’Italia parte da una posizione forte. È una destinazione desiderata, diversificata, capace di attrarre il leisure, la cultura, il luxury, il bleisure, il turismo di prossimità e quello internazionale. Ma proprio per questo non può permettersi di leggere la crescita come una garanzia.

In un mondo più volatile, la nostra forza non sta solo nell’attrattività. Sta nella capacità di adattarci rapidamente, di distribuire meglio i flussi, di operare su mercati diversi, di sviluppare prodotti meno standardizzati e di leggere il contesto con maggiore lucidità.

Le destinazioni che continueranno a ragionare solo in termini di “numeri totali di arrivi” rischiano di capire troppo tardi che dietro una crescita apparente si nasconde una domanda sempre più fragile.
Gli hotel che invece riusciranno a stare dentro questa complessità, con più dati e meno automatismi, avranno un vantaggio competitivo vero.

Per concludere, il turismo non è debole. Ma è più instabile. E questa instabilità cambia tutto: forecast, pricing, marketing, organizzazione, posizionamento.

New York, che nel 2025 non ha ancora pienamente recuperato i livelli pre-pandemia della spesa internazionale; gli Stati Uniti, che rallentano sull’inbound; i mercati che crescono a velocità diverse; le tensioni geopolitiche che riscrivono i flussi; le no-fly zone dovute a guerre su più fronti; la crisi energetica e il caro carburante sono tutti segnali della stessa cosa: il turismo non è più un mercato da gestire con inerzia. È un mercato da osservare costantemente.

Per gli hotel, questo significa una cosa molto semplice da dire e molto difficile da praticare: non basta più essere bravi. Bisogna essere rapidi, lucidi e capaci di cambiare passo.

Silvia Moggia

Silvia Moggia

Silvia Moggia è consulente in management turistico per hotel e destinazioni, formatrice e public speaker. Gestisce un boutique hotel e lavora con operatori ed enti su strategie di gestione, marketing e sviluppo sostenibile. È redattrice di Officina Turistica e scrive di hospitality, trend turistici e trasformazione del settore.

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Silvia Moggia è consulente in management turistico per hotel e destinazioni, formatrice e public speaker. Gestisce un boutique hotel e lavora con operatori ed enti su strategie di gestione, marketing e sviluppo sostenibile. È redattrice di Officina Turistica e scrive di hospitality, trend turistici e trasformazione del settore.

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