Il destino di Cuba pare essere inevitabilmente quello di essere una sorta di riflesso in tempo reale dei cambiamenti di un’epoca.
È stato così durante la guerra fredda, quando le pressioni erano inevitabilmente di tipo militare, e lo è anche oggi, con pressioni di natura economica e finanziaria.
Cuba vive infatti un momento di significativa delicatezza strategica e politica, acuite dai rapporti sempre più tesi tra l’isola e gli Stati Uniti, che incidono su settori strategici per l’economia cubana, come il settore energetico e quello turistico.
Si tratta di un quadro decisamente critico, che tuttavia ci fa riflettere anche sul ruolo che l’industria turistica gioca all’interno di un’economia territoriale, e quali sono i limiti reali di un’economia che si espone in modo significativo a tale mercato.
La questione è piuttosto semplice: sia per Cuba che per il nostro Paese il turismo rappresenta un comparto molto importante in termini di ricchezza, occupando una quota del PIL considerevole, che per l’Italia si pone stabilmente intorno al 10%, con cifre non molto dissimili per Cuba.
Un volume di questo tipo porta spesso ad identificare l’intera filiera come un comparto strategico per il Paese, ma fondare una quota rilevante di un’economia sulla capacità di spesa che persone di Paesi terzi sostengono all’interno di un dato territorio espone un Paese ad un rischio non trascurabile.
Nel caso di Cuba l’effetto è plateale, così come è stato per noi l’anno del lockdown o come potrebbe essere quest’anno per tutte le aree del Medio Oriente coinvolte nel conflitto in corso.
In un mondo in cui la dimensione bellica ha ripreso ad avere un proprio ruolo specifico, i Paesi devono necessariamente immaginare delle strategie che consentano loro di fronteggiare in modo significativo eventuali attacchi.
Soprattutto nel caso del nostro Paese, che per estensione non è certo tra i più ampi al mondo.
Esporsi al rischio turismo significa costruire un’economia estremamente vulnerabile ad eventuali attacchi militari anche a bassa intensità: la paura di essere coinvolti in potenziali eventi bellici dirotterebbe in modo istantaneo tutti i flussi stimati di incoming verso mete più tranquille.
Ciò comporterebbe una tensione economica incredibilmente forte, e di conseguenza una crisi sociale altrettanto palpabile.
Il settore turistico, per come è immaginato in questo momento in Italia, è un settore che si basa principalmente sulla spesa straniera, e che prevede la creazione di filiere di produzione a basso valore aggiunto, occupazione non di rado precaria o stagionale, ed economie immobiliari che generano effetti distorsivi sistemici all’interno di un territorio.
Una crisi turistica sarebbe quindi l’equivalente di una crisi industriale, con la differenza che una crisi industriale tendenzialmente coinvolge operatori di medio-grandi dimensioni che hanno strumenti e capacità finanziaria per assorbire almeno in parte gli effetti di shock esogeni, mentre il comparto turistico, costellato com’è da tantissimi micro-operatori, finirebbe semplicemente con il subire tale shock esogeno, con risultati nefasti sotto il profilo della demografia d’impresa, sull’occupazione, sul costo pubblico a sostegno della filiera.
Soprattutto, una crisi turistica, pur avendo un carattere transitorio, avrebbe in ogni caso un effetto diretto sui prezzi, con un effetto più viscoso sulla demografia d’impresa.
Si tratta di elementi che almeno in parte potrebbero essere concretamente ridimensionati, riportando quota parte dell’offerta turistica all’interno del più vasto segmento dell’offerta territoriale.
Sviluppare un’offerta turistica domestica e regionale che si rivolga in primo luogo ai cittadini permetterebbe di ottenere dei benefici in termini economici considerevoli: in primo luogo gli effetti di eventuali “fattori di panico” internazionali potrebbero essere ridimensionati attraverso una domanda domestica, e in secondo luogo, quota parte dei servizi e dei prodotti turistici potrebbero contare su una domanda più diffusa, più costante, e più reiterata di quanto sia attualmente previsto nel nostro Paese.
Non si tratta di ridimensionare il turismo, si tratta di estendere l’offerta turistica tenendo conto anche del “costo-opportunità” di ogni scelta di politica economica.
Si tratta di stabilire che, industrialmente, il turismo deve essere una fonte importante di ricchezza privata costruita in modo che l’assenza di eventuali flussi esteri non generi una crisi generalizzata all’intera economia.
Come fattore incrementale della ricchezza nazionale il turismo è sicuramente una fonte importante di economie, ma è necessario riconfigurare l’industria per fare in modo che si integri sempre più nella vita delle persone, anche nel proprio territorio di domicilio.
Per quanto sia impossibile convertire l’intero comparto turistico, e per quanto sia dunque impossibile proteggere alcune offerte tipiche della dimensione prettamente turistica, è tuttavia importante iniziare a ragionare su come diluire l’esposizione al rischio a livello nazionale.
Se fino a ieri sembrava un esercizio di stile, oggi diviene parte di una strategia di “difesa nazionale”.









