Dopo 1.277 giorni, l’era Santanché al Ministero del Turismo si è chiusa. E già si parla di successori, indiscrezioni, nomi papabili. Il solito copione: chi sarà? Di quale partito? Quanto è simpatico? Quanto capisce il settore? And so on,
Quasi nessuno si ferma a fare la domanda più ovvia — e più scomoda. Non “chi viene”, ma cosa può fare davvero un Ministro del Turismo in Italia. Perché se continuiamo a valutarlo con il metro sbagliato, chiunque arrivi sarà destinato a deluderci. O peggio — a illuderci.
La risposta comincia dalla Costituzione. Con la riforma del Titolo V del 2001, il turismo è diventato materia di competenza esclusiva delle Regioni. Il Ministro del Turismo si trova a governare un settore che, per Costituzione, non è suo.
Le leve che contano davvero sono quasi tutte fuori dalla sua portata. Quelle di settore — regolazione dell’offerta, classificazione delle strutture — sono in mano alle Regioni. Quelle ancora più decisive — infrastrutture, fiscalità, gestione degli spazi urbani — appartengono ad altri: MEF, Ministero delle Infrastrutture, Interno, Comuni. Il ministro non le controlla. E non coordina gli altri per autorità: può farlo solo se ha risorse, capitale politico, o una crisi che lo metta al centro dell’agenda
Senza queste leve, siamo destinati a vedere un film con una sceneggiatura che conosciamo a memoria: tavoli interministeriali, strategie ambiziose, linee guida elaborate, stati generali, e tante di questa amenità — con impatto quasi nullo.
Ma dire che il ruolo è vincolato non significa dire che sia inutile. Significa capire dove conta davvero.
Il primo punto è il controllo delle risorse. Vale la pena partire da un fatto concreto: le risorse finanziarie gestite direttamente dal Ministero in un intero triennio sono paragonabili a quelle che un fondo di investimento destina alla costruzione di un singolo resort nel Mediterraneo. Poche, soprattutto se confrontate con i flussi che il settore riceve da altri canali — fondi europei, investimenti regionali, risorse di altri ministeri. Eppure chi decide i criteri con cui allocare quei fondi esercita un potere reale. “Finanzio solo chi digitalizza.” “Uso la finanza pubblica come leva per attrarre capitali privati.” Non è retorica: è indirizzo. È la differenza tra distribuire risorse a pioggia e usarle come leva per orientare il sistema. In un contesto in cui le risorse pubbliche si restringono, questa capacità di incidere — spesso dietro le quinte, lontano dai riflettori — diventa ancora più preziosa. E ancora più rara.
Il secondo, spesso sottovalutato, è il controllo dei dati e delle informazioni statistiche. Definire cosa si misura, come si misura, quali indicatori diventano ufficiali — anche attraverso ISTAT — significa orientare le politiche, influenzare le decisioni locali, cambiare il modo in cui l’intero sistema legge se stesso. Chi controlla la metrica, controlla la narrativa.
Sul fronte della promozione internazionale, attraverso ENIT il ministero gestisce campagne sui mercati esteri e l’immagine coordinata del paese. Non si crea domanda dal nulla, ma la si può rafforzare e spostare — aiutando agenzie regionali e il sistema delle imprese.
Poi ci sono le crisi. È paradossale, ma nei momenti di emergenza — un COVID, uno shock reputazionale, una crisi internazionale — il peso del ministero aumenta davvero. Perché in quei momenti tutti devono coordinarsi, e qualcuno deve guidare il processo.
Infine, c’è una dimensione più sottile: l’indirizzo politico. Portare temi come overtourism e sostenibilità al centro del dibattito, influenzare le scelte di Regioni e Comuni senza poterle imporre. Non è potere diretto. Ma chi riesce a spostare il frame del dibattito, spesso sposta anche le decisioni.
Torniamo allora alla domanda iniziale — e a uno schema che uso spesso nel mio lavoro, quando devo capire le vere ambizioni di chi mi ingaggia su progetti territoriali.
L’ho conosciuto leggendo i libri di Michael Barber, uno dei più influenti esperti mondiali di politiche pubbliche: ex capo dell’unità di delivery di Tony Blair a Downing Street, poi consulente di governi e istituzioni in tutto il mondo. Barber ha dedicato la carriera a una domanda semplice e brutale: perché i governi annunciano tanto e realizzano poco?
La risposta, sintetizzata in uno schema diventato celebre, incrocia due sole variabili: l’ambizione della visione e la capacità di esecuzione. Dalla loro combinazione nascono quattro tipi di leader. C’è chi non osa e non fa. Chi esegue bene ma senza visione. Chi fa rumore senza concludere nulla. E poi — rarissimo — chi ha insieme il coraggio di proporre riforme ambiziose e la concretezza di realizzarle davvero.
Applicato al nostro caso, lo schema dice una cosa precisa: un ministro che promette grandi trasformazioni su un settore che per Costituzione appartiene alle Regioni non è coraggioso. È semplicemente nel quadrante sbagliato — controversia senza impatto.
Allora cosa significa, concretamente, essere un Ministro del Turismo trasformativo?
Non significa portare turisti. Significa usare ogni leva disponibile per cambiare le condizioni strutturali del sistema. E le leve, per quanto limitate, esistono.
Significa avere il capitale politico — e la volontà — per attrarre investimenti privati nel Mezzogiorno, che resta fanalino di coda europeo per sviluppo turistico nonostante le potenzialità. Non con incentivi spot, ma con una strategia credibile che convinca chi investe che il rischio vale. Ne hanno parlato in tanti. Ci hanno (timidamente) provato in pochi. Non ci è riuscito nessuno.
Significa affrontare seriamente l’overtourism — non con la battaglia sugli affitti brevi, che è un altro problema — ma con strumenti concreti di governo dei flussi: tassazione di scopo, accordi con i Comuni più pressati, strumenti normativi adeguati.
Significa trasformare ENIT in una organizzazione capace di affiancare i territori più deboli e le imprese meno strutturate — ad accedere ai mercati internazionali. E soprattutto capace di rendicontare i risultati: non cosa ha fatto e quante impressions, ma che risorse di mercato hai creato per le imprese del turismo.
Significa, infine, mettere a disposizione di chi prende decisioni — sindaci, assessori regionali, operatori — informazioni vere, aggiornate, comparabili. I dati sul turismo in Italia sono frammentati, tardivi, spesso inutilizzabili. Un ministero trasformativo tratta i dati come infrastruttura: un bene comune che nessun singolo territorio può permettersi da solo, ma che a livello nazionale genera economie di scala enormi.
Tutto il resto — gli annunci, le campagne, i fondi gestiti in modalità spot — rientra in uno degli altri tre quadranti dello schema di Barber. Magari visibile, magari rumoroso. Ma senza impatto reale.
La domanda giusta, allora, non è “quanti turisti porterà”, ma qualcosa di più preciso e più difficile: è capace di governare un sistema che strutturalmente non controlla?









