Sulle statistiche del turismo. Numeri e riflessioni.

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Come leggiamo le statistiche del turismo

Robi, il tuo post dell’11 settembre mi ha acceso una lampadina. Tu sostieni che il settore alberghiero sia in crisi, mentre Federalberghi si dimostra “cautamente ottimista”. Insomma: gli stessi dati letti in modo diverso. Vorrei conciliare le due tesi offrendo una spiegazione semplice: siamo all’inizio di una fase di “distruzione creativa” e, quindi, è probabile che al risveglio di questa lunga crisi economica il settore alberghiero sarà molto diverso da quello che conoscevamo.

Innanzitutto, hai ragione su una cosa. Il business dell’ospitalità si fonda anche sull’evasione, almeno secondo i dati di un dossier ISTAT pubblicato nel 2010 (dati del 2008), confermati da un’indagine recente della VISA (Shadow Economy in Europe). Tuttavia, questo non basta a spiegare l’apparente dicotomia della lettura dei dati da te presentati nel post.

Partiamo da lontano e guardiamo a cosa è successo negli ultimi 10 anni non solo in Italia, ma nel club MED (Grecia, Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Croazia). Da un punto di vista economico (più precisamente della crescita), possiamo dividere il decennio in 4 fasi. Fase di crescita, tra 2003 e 2007. Contrazione economica, tra 2008 e 2009, a causa crisi della finanza in tutto il mondo. Ripresa generale, tra 2010 e 2011. Infine, ritorno agli inferi, a seguito della crisi, tutta europea, del debito sovrano.

Se mettiamo gli occhiali del marketing, analizzando i dati del settore alberghiero (fonte Eurostat), notiamo i seguenti fatti.

A. Nel periodo di crescita (2003-2007), nonostante una debole domanda interna (che in termini di presenze, in media, “è cresciuto” ad un anemico 1% annuo), il settore alberghiero italiano cresce in linea o in misura maggiore dei propri compagni di CLUB grazie ad una maggiore penetrazione nei mercati esteri e ad un livello dei prezzi più alto.

B. Nel periodo della prima crisi internazionale (2008-2009) si cade, in linea con gli altri paesi, anche se con qualche differenza di fondo. Il fatturato si contrae in misura maggiore in quanto sembrerebbe che si siano abbassate le tariffe per frenare l’emorragia di clienti. Cosa che avviene, visto che l’Italia perde meno flussi dei propri peers.

C. Nella fase di ripresa (2010-2011), che è molto vigorosa nel club, l’Italia corre meno veloce dei compagni, soprattutto nel fatturato, segnando una svolta nelle politiche tariffarie (ferme ai livelli del 2007-2008).

D. Negli ultimi due anni, giocando un po’ con i numeri, che per il 2013 non sono definitivi, si può notare una contrazione del fatturato, meno accentuata di quella segnata dagli amici del CLUB. Questo perché a fronte di tariffe ferme al 2008, l’Italia consolida la presenza nei mercati internazionali. In altre parole, mentre gli altri paese in questo periodo registrano una leggera flessione (in termini di flussi), l’Italia fa segnare un leggero aumento.

In breve. La crisi economica, che in Italia dal punto di vista dei consumi del leisure dura ormai da più di 10 anni, in congiunzione al ruolo determinante di internet (delle OTA e di Tripadvisor), ha costretto il nostro settore alberghiero a riposizionarsi sull’estero giocando soprattutto sui prezzi. Se si utilizza come approssimazione del livello dei prezzi l’indice armonizzato dei prezzi al consumo dei servizi ricettivi, si nota come i prezzi del 2012 sono fermi al 2006. Nel CLUB MED solo Grecia e Portogallo hanno avuto una “frenata” maggiore sui prezzi dell’Italia.

Che conseguenze ha avuto questo posizionamento? Qui gli occhiali del marketing non bastano.

La redditività operativa si riduce costantemente dal 2003, come in tutti i paesi del club. Nel 2010 (ultimo anno disponibile per un confronto internazionale) era circa il 16%, mentre in Spagna e Francia era scesa addirittura al 11%. Il ritorno sul capitale investito del settore è simile a quello del materasso. Anche in questo caso, la crisi ha solo accentuato i problemi che hanno radici più profonde.

Il tema lo pone bene un articolo del “The Economist” del 3/5/2012, Decline and small. Small firms are a big problem for Europe’s periphery, dove si mette in discussione in modello di business piccolo è bello, tanto caro al settore turistico. Per adesso sappiamo che in termini aggregati il settore risponde alla bassa marginalità abbassando i salari, ma nel medio termine questa risposta non basta. Questa lezione la conoscono bene alcuni imprenditori che stanno rivedendo il business cercando di dotarsi di sistemi di gestione più industriale.

Infatti, è’ già in atto un processo di trasformazione industriale. Molte imprese (soprattutto micro) stanno chiudendo, mentre quelle più attive (qui mi baso su fatti aneddotici) stanno cercando strategie per fidelizzare il cliente e diversificare le entrate. Questi sforzi, alla lunga produrranno molte novità, tuttavia per sopravvivere sarà necessaria una più incisiva industrializzazione per abbassare i costi di produzione. Le imprese di piccola dimensione difficilmente hanno una posizione negoziale forte con la distribuzione (in primis le OTA). Inoltre, hanno difficoltà a sostenere i costi fissi relativi all’adozione di nuove tecnologie e a adeguarsi alle esigenze della clientela più sofisticata, numericamente poco rilevante, ma che fa molto rumore.

Insomma, come in altri settori dell’economia italiana, è necessario rimuovere gli ostacoli alla crescita dimensionale delle imprese, una condizione di fondo per generare maggiori investimenti non solo nella strutture, ma anche in tecnologia e formazione.

Photo by Lorenzo Pacifico from Pexels

Antonio Pezzano

Antonio Pezzano assiste enti pubblici e organizzazioni turistiche a disegnare e attuare politiche e progetti che creino valore economico. Il suo ruolo é fornire dati e fatti concreti a chi prende le decisioni. E’ stato per conto della Commissione Europea coordinatore della rete di destinazioni turistiche europee di eccellenza EDEN.

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