Di uomini e macchine

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Questa volta di turismo parlo poco, ma l’argomento è di generale importanza e riguarda le attività e la vita di tutti noi, e ovviamente anche di quelli che viaggiano.

Tecnologie avanzatissime e mondi quasi da fantascienza spingono molti a interrogarsi, commentare e discutere su quale sia oggi, ma soprattutto quale possa diventare da qui a qualche tempo, il rapporto fra uomini e macchine, intesa come quel complicato insieme di hardware e software che pare permeare ogni nostra attività e, a volte, condizionare scelte, atteggiamenti e decisioni.

Difficile. Come John Galbraith, influente economista del secolo scorso diceva: L’unica funzione delle previsioni (economiche o, nel nostro caso tecnologiche) è quello di rendere l’astrologia rispettabile.

E se si guarda alle tante previsioni fatte in campo tecnologico nel passato non si può che dargli ragione. Da quella dell’inesistenza di un mercato per più di cinque computer al mondo di Thomas Watson presidente di IBM, a quella dell’inopportunità di avere un computer in ogni casa di Kenneth Olson fondatore della DEC, a quella della poca utilità di più di 640k di memoria di Bill Gates.

Tecnoentusiasti e tecnofobici si confrontano citando spesso, a supporto, esempi o studi “scientifici” di non sempre chiara origine o significato, spesso senza verificare la plausibilità o la validità dei metodi usati. Cosa peraltro complicata dal fatto che le conoscenze necessarie per capir bene non sono fra le più diffuse. E questo riguarda anche ambienti che dovrebbero invece essere più “rigorosi”. Formarsi un’opinione possibilmente razionale diventa veramente difficile.

Di uomini e macchine. Paradossi logici ed etici che hanno decine se non secoli di vita e che hanno prodotto un’incredibile serie di discussioni non si risolvono certo in poche righe o con pochi slogan.

Senza andar tanto lontano e ricordare Frankenstein di Mary Shelley o Metropolis, il film di Fritz Lang “antenato” e ispiratore di molte pellicole di fantascienza come Blade Runner, anche una rapida scorsa al bel libro di Tom Standage The Victorian Internet (una breve descrizione qui: https://www.iby.it/pages/telegrafia.html) ci dice che di nuovo sotto il sole non c’è gran che.

Il telegrafo, operativo dagli ultimi anni del XIX secolo, è stata una tecnologia di comunicazione indubbiamente rivoluzionaria che ha cambiato radicalmente la vita, i commerci e l’informazione. E allora, come ora, qualcuno immaginò che migliorando le comunicazioni fra i popoli la tecnologia avrebbe favorito la pace mondiale e fornito maggiori opportunità a tutti in maniera democratica. E altri si rammaricarono del fatto che attività molto promettenti come i Pony Express sparissero, che posti di lavoro sarebbero svaniti, giornali eliminati o che comunicazioni a distanza avrebbero distrutto il tessuto sociale o annientato la fibra morale della nazione favorendo crimini, gioco d’azzardo, pornografia. La cosa si ripeterà, come molti lettori ricorderanno, per la radio e la televisione. E la macchina, o l’algoritmo, vengono visti oggi più o meno nello stesso modo.

Atteggiamenti forse giustificabili dalle famose leggi di Doug Adams sulla percezione delle innovazioni tecnologiche:

  1. Tutto ciò che è al mondo quando nasci è normale e banale ed è semplicemente parte del modo in cui il mondo funziona.
  2. Tutto ciò che viene inventato tra i tuoi quindici e trentacinque anni è nuovo, eccitante e rivoluzionario e potresti far carriera usandolo.
  3. Tutto ciò che viene inventato dopo i tuoi trentacinque anni è contro l’ordine naturale delle cose.

Una più attenta riflessione, però, ci fa ricordare quel che scriveva nel 1960 (pare secoli fa) Arthur Samuel:

La macchina non è una minaccia per l’umanità, come pensano alcuni. La macchina non possiede una volontà propria e le sue cosiddette “conclusioni” sono solo le conseguenze logiche del suo input, dovuto al funzionamento meccanicistico di un assemblaggio inanimato di parti meccaniche ed elettriche.

Una posizione ancora valida anche se, per certi versi, non più pienamente sostenibile oggi, visto quel che l’intelligenza artificiale è in grado di produrre. In molti casi le capacità di “produzione” non sono più così meccanicisticamente derivabili dall’input, ma il sistema complesso costituito da insiemi di algoritmi dà vita a comportamenti emergenti imprevedibili.

In ogni caso, a ben guardare, anche per alcuni comportamenti “fuori luogo” le cause si potrebbero rintracciare nei vari pregiudizi (bias) indotti o da chi disegna l’algoritmo o dal materiale usato per “addestrare” la macchina.

Una visione equilibrata ci fa dire oggi che difficilmente possiamo accettare le previsioni catatrofiste di alcuni, per esempio riguardo al mondo del lavoro, dove sicuramente l’impatto è e sarà forte, ma porterà, come nella storia, alla nascita di nuovi mestieri e alla riconfigurazione di molti, soprattutto quelli di medio livello o qualità e, questa volta, anche di quelli cosiddetti intellettuali. Giornalisti, avvocati, medici, consulenti vari saranno chiamati ad elevare parecchio le loro competenze ed abilità per superare il livello crescente di possibilità della tecnologia. Dopodiché le capacità di classificazione, interpretazione, previsione saranno incredibilmente potenziate dalla collaborazione stretta fra i due mondi: quello reale e quello digitale.

Esempi dei risultati di queste collaborazioni sono i ridicolmente bassi tassi di errore raggiunti nell’identificazione di certi tipi di tumore (vedi per es. https://www.jpatholtm.org/journal/view.php?doi=10.4132/jptm.2018.12.16), o il supporto nel completamento della famosa Incompiuta di Franz Schubert (https://bit.ly/35KCQEr), nella decifrazione di antiche lingue perdute (https://larazzodeltempo.it/2019/ia-lingue-perdute/), o nell’esaminare i flussi di turisti in aree affollate come intorno alla Sagrada Familia a Barcellona (https://d-lab.tech/project-1/).

Quel che però in questo momento preoccupa di più sono le questioni etiche legate a questo mondo. Difficile riassumerle qui, ma una buona panoramica la si trova nel lavoro di Luciano Floridi e dei suoi collaboratori. Filosofo dell’informazione Floridi, che dirige il Laboratori di Etica Digitale dell’Oxford Internet Institute è molto attivo su questo fronte ed è oggi il miglior punto di riferimento su questi problemi (le sue pubblicazioni le trovate qui: https://www.oii.ox.ac.uk/people/luciano-floridi/?publications, quasi tutte di libera consultazione, e molte sue apparizioni sono su Youtube).

Le sue posizioni sono improntate a un equilibrato ottimismo che non nasconde i problemi ma ne cerca cause e possibili soluzioni non solo teoretiche ma anche di pratico impiego. Un esempio è il suo contributo al lavoro della Commissione Europea per un’intelligenza artificiale “affidabile” ed eticamente sostenibile (https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_19_1893) i cui punti principali riguardano:

  • azione e sorveglianza umane;
  • robustezza e sicurezza;
  • riservatezza e governo dei dati;
  • trasparenza e tracciabilità dei sistemi;
  • diversità, non-discriminazione ed equità;
  • benessere sociale e ambientale;
  • responsabilità e accountability.

A differenza di molte altre volte nel passato, molte istituzioni si stanno già muovendo in questo senso esempi sono: il Future of Life Institute [https://futureoflife.org/ai-principles/], l’IEEE (Institute of Electrical and Electronics Engineers) [https://ethicsinaction.ieee.org] e l’OCSE [https://www.oecd.org/going-digital/ai/principles/].

E’ interessante qui ricordare che anche in questo caso le origini delle idee alla base di questi documenti sono antiche, le famose leggi della robotica di Isaac Asimov formulate negli anni quaranta del secolo scorso:

  • Legge Zero: un robot non può recare danno all’umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l’umanità riceva danno.
  • Prima Legge: un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. Purché questo non contrasti con la Legge Zero
  • Seconda Legge: un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Legge Zero e alla Prima Legge.
  • Terza Legge: un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Legge Zero, la Prima Legge e la Seconda Legge.

Ci sarebbe molto altro da dire ma, come sostenne un geniale individuo 350 anni fa, il discorso non riuscirebbe a “essere contenuto nella ristrettezza del margine”.

Rodolfo Baggio

Rodolfo Baggio

Rodolfo Baggio ha una laurea in Fisica e un PhD in Tourism Management. Dopo aver lavorato per più di vent’anni come informatico in alcune note “aziende leader del settore”, da una decina d’anni si è dedicato all’insegnamento universitario, in Italia e all’estero, e alla ricerca sui sistemi turistici complessi e sulle loro relazioni con le tecnologie informatiche. Ha pubblicato una mezza dozzina di libri e un centinaio di articoli per conferenze e riviste scientifiche internazionali.

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