L’influenza degli ostelli nel mondo alberghiero 

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So che in questa fase pandemica parlare dell’influenza degli ostelli sul settore alberghiero possa apparire quantomeno bizzarro, ma da qualche anno è una realtà, oltre a essere un argomento che mi interessa particolarmente e che dovrebbe far riflettere i colleghi albergatori.

Se ne parla ancora molto poco, soprattutto nel nostro paese, ma ultimamente gli hotel “cool” e le catene lungimiranti hanno iniziato a strizzare l’occhio a stile, design e gestione degli ostelli di successo.

Dimenticate quindi gli ostelli della gioventù di vent’anni fa, si parla di strutture dal design accogliente e innovativo e sempre e comunque decisamente instagrammabile, come il Lemon Rock di Granada per intenderci.

Con ampia scelta lato posti letto, dalla camera singola alla familiare alle camerate femminili con specchiere per il trucco e decorazione ad hoc e con numeri importanti: uno studio del 2017 della WYSE Travel Confederation ha stimato oltre 100 milioni di viaggiatori hanno soggiornato quell’anno in ostelli in tutto il mondo, andando ben oltre il cliché del turista anglosassone zaino in spalla che vede viaggio on the road e ostello come un rito di passaggio.

L’influenza degli ostelli nel mondo alberghiero

Gli ostelli dalla gestione illuminata non sono infatti frequentati solo da Millenial, ma anche e soprattutto da manager, viaggiatori smart e persone che potrebbero permettersi il soggiorno in buoni hotel, ma che cercano maggiore dinamismo, un luogo nel quale incontrare persone di estrazione e provenienza diversa, ma con stessa mentalità. 

Si tratta di veri e propri hub sociali ben progettati, con spazi comuni super smart e conviviali, con le fantomatiche esperienze collaudate da tempo e sempre ben in target, con eventi organizzati in loco, con bar e ristoranti alla moda sempre più spesso aperti al pubblico, ma anche cinema, piscina, zona BBQ e picnic, sala giochi e via dicendo. 

E sono proprio queste le caratteristiche che hanno ispirato grandi albergatori oltreoceano e ora anche nel vecchio continente, che puntano a una certa tipologia di target e a strategie di up-selling e cross-selling decisamente dinamiche.

Emblematici in questo senso lo Student Hotel o il Freehand del gruppo Sydell, che attirano i segmenti di mercato più vari, offrendo una soluzione ibrida e di classe, che va dal posto letto in camerata con bagno condiviso alla camera deluxe, passando da tutte le tipologie di alloggio, appartamento con cucina incluso, ma che, soprattutto nel caso del Freehand, “arrotondano” con cifre da capogiro lato food & beverage.

Altro caso emblematico è il Citizen M, che offre piccolissime camere identiche in tutte le sue strutture, ma che punta tutto su design, servizi e ancora una volta sulle aree in comune. Target super specifico, ma che fa tendenza e quindi attira anche chi in target non sarebbe… 

I boutique hotel stanno poi andando in questa direzione lato gestionale e marketing, puntando sulla personalizzazione, ma ammiccando alla clientela di fascia alta degli ostelli internazionali. 

Infine le catene più classiche, che da sempre investono in brand dedicati a segmenti specifici, ma che negli ultimi anni stanno sviluppando marchi che centrano in pieno questo concetto di hospitality, affiancandolo alla garanzia e al sistema di fidelizzazione più che rodato delle case madri.

Penso a Motto di Hilton, “the most affordable urban lifestyle brand” o “urban microhotel”, ma anche a Moxy di Marriott, che personalmente prediligo al brand principale indipendentemente dal prezzo, Public di Ian Schrager, Generator (che ha tolto “hostel” da nome e campagne), Pod Hotels o ancora Jo & Joe di Accor.

L’influenza degli ostelli nel mondo alberghiero - Citizen M

Moxy, Freehand, Motto e le strutture analoghe attirano certo viaggiatori in cerca di caratteristiche specifiche e più attenti al budget, che comunque non è elemento determinante, ma attirano anche investitori, costruttori e designer desiderosi di sviluppare prodotti più contemporanei. 

Ostelli e Covid-19

A quanti si stanno chiedendo se in un contesto di pandemia non si tratti di una scelta imprenditoriale particolarmente rischiosa e se non sia meglio gestire una più tradizionale struttura alberghiera rispondo di no. 

Gli ostelli hanno riaperto insieme a tutte le altre strutture ricettive e hanno ripreso a lavorare allo stesso modo anzi, pare la ripresa sia iniziata proprio con i posti letto in camerata perché più economici… 

La sfida per i gestori in questa fase non sta tanto nel vendere i posti letto, ma nel ridare subito slancio alla convivialità, ma vista la rapida ripresa di bar, ristoranti e pub non pare essere un ostacolo insormontabile, soprattutto tenendo conto che il controllo è più semplice presso una struttura ricettiva che non in un locale pubblico.

Ovvio poi che in questa fase, per ragioni di sicurezza e nel rispetto delle norme, i posti letto in camerata siano stati ridotti e che le segnaletica inerente il distanziamento sociale sia più presente in un ostello che in un hotel, ma forse, grazie/a causa del design e del concetto di struttura, è anche meno impattante. 

Un consiglio per i miei colleghi albergatori? Tenete d’occhio questa tipologia di hospitality e i loro mercati e non archiviatelo come un mondo a parte.

Immagine di copertina Freehand, Manifesto Citizen M

Silvia Moggia

Silvia Moggia

Vive a Levanto, dove gestisce l’Oasi Hotel, si occupa di promozione turistica e sviluppo culturale. Nel tempo libero è web writer nel settore travel e scrive un proprio blog di viaggi indipendenti in solitaria. Laureata in Conservazione dei Beni Culturali e specializzata in Francia in Mediazione Culturale e Gestione dello Spettacolo, dopo un anno presso l’agenzia internazionale IMG, ha iniziato a lavorare alla direzione della programmazione e artistica dell’Opéra di Parigi nel 1999 per poi essere nominata direttrice di produzione e programmazione al Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia nel 2005.

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