Di guru, esperti e altre creature improbabili

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Chi come me si occupa di informatica da qualche anno sa che non è un fenomeno nuovo. E’ diventato visibile con l’avvento del personal computer e il moltiplicarsi delle pubblicazioni divulgative o popolari sul tema e si è rafforzato con la diffusione dell’Internet, ma si è di molto accentuato negli ultimi anni con l’esplosione dell’informatica sociale.Da qualche tempo mi viene in mente una riflessione che, anche spinto da alcune recenti conversazioni avute con amici in rete e a quattr’occhi, mi sono deciso a mettere nero su bianco. Parlo dell’incredibile moltiplicarsi di esperti, super-esperti e guru di vario genere che affolla il panorama dei social media. Ne incontro spesso, l’ultimo ha cercato di tenermi una lezione un paio di giorni fa.

Allora mi sono chiesto: ma ce ne sono davvero tanti? O, meglio e più scientificamente, qual è la probabilità di trovarne uno? Credo di avere una risposta, che sottopongo all’attenzione e alla critica (da bravo scienziato) dei lettori.

Andiamo con ordine. Secondo qualunque vocabolario un esperto è persona (maschio o femmina) che ha acquisito una lunga pratica in un determinato campo o che ha raggiunto un’approfondita conoscenza dei vari aspetti della realtà di cui si occupa. Un guru è un capo carismatico, una guida. Quindi un super-super-esperto.

Per quantificare (mio vezzo, ma mi serve a capire), cito un brano del libro Thisis Your Brain on Music di Daniel Levitin (noto e rispettato psicologo cognitivo, neurologo, musicista, e scrittore statunitense che attualmente è professore di psicologia e neuroscienze comportamentali all’Università McGill di Montreal). A pagina 197 dice (traduzione mia):

Il quadro che emerge da questi studi [scientifici] è che servono diecimila ore di pratica per raggiungere il livello di padronanza associato con l’essere un esperto di fama mondiale – in qualunque settore. Studio dopo studio, su compositori, giocatori di pallacanestro, romanzieri, pattinatori, pianisti, giocatori di scacchi, criminali e così via, questo numero torna sempre fuori. Diecimila ore è, grosso modo, equivalente a tre ore al giorno o venti ore a settimana di pratica: dieci anni. Ovviamente ciò non spiega perché alcuni non paiono trarre alcun giovamento da questa pratica o perché alcuni ricavino molto più di altri. Ma nessuno ha trovato un caso nel quale una competenza di livello mondiale sia stata raggiunta in un tempo minore. Pare che il cervello abbia bisogno di questo tempo per assimilare tutto ciò che serve a raggiungere una padronanza eccezionale

L’idea è stata anche poi ripresa da Malcom Gladwell nel suo libro Outliers, dedicato ai maggiori talenti mondiali in ogni campo.

Allora, come i miei amici statistici sapranno bene, se 10.000 ore di pratica sono un outlier, e se le competenze in un certo campo si distribuiscono su una curva normale (ipotesi ragionevole) abbiamo una situazione come quella della figura. Possiamo pensare che un guru sia un outlier (statistico) e quindi sia a più di 3 s sulla distribuzione normale, e che un esperto stia a 1-2 s  Se il guru ha un’esperienza pratica di 10 000 ore o dieci anni, possiamo calcolare un’esperienza di 4 000 – 4 500 ore, quattro anni e mezzo per un buon esperto.

rodolfo baggio

Con il supporto del bravo Vincenzo Cosenza e dei dati del suo Osservatorio sui Social Media e Facebook (http://vincos.it/osservatorio-facebook/) scopriamo che Facebook (lo uso come simbolo per il mondo dei social media) comincia ad avere una presenza tangibile in Italia verso la fine del 2008, inizi del 2009 (prima, come si dice, la statistica non sarebbe sufficiente…). Tre anni e mezzo son trascorsi, o poco più…

rodolfo baggio

Ora, mi chiedo, dove si riesce ad accumulare esperienza e pratica sufficienti a diventare buoni esperti o addirittura dei guru in un mondo (per di più così complesso) che non ha abbastanza storia da giustificare l’esperienza e la pratica necessarie? Al lettore la risposta.
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Per la cronaca, l’autore di questo pezzo – Rodolfo Baggio – ha una laurea in Fisica e un PhD in Tourism Management. Dopo aver lavorato per più di vent’anni come informatico in alcune note “aziende leader del settore” da una decina d’anni si dedica all’insegnamento universitario, in Italia e all’estero, e alla ricerca sui sistemi turistici complessi e sulle loro relazioni con le tecnologie informatiche. Ha pubblicato una mezza dozzina di libri e un centinaio di articoli per conferenze e riviste scientifiche internazionali. L’autore rifugge ogni definizione di esperto di alcunché e si considera solo un cultore della materia.

Immagine Rodolfo Baggio a Ravenna Future Lessons – Foto Luca Marcelli

Rodolfo Baggio

Rodolfo Baggio ha una laurea in Fisica e un PhD in Tourism Management. Dopo aver lavorato per più di vent’anni come informatico in alcune note “aziende leader del settore”, da una decina d’anni si è dedicato all’insegnamento universitario, in Italia e all’estero, e alla ricerca sui sistemi turistici complessi e sulle loro relazioni con le tecnologie informatiche. Ha pubblicato una mezza dozzina di libri e un centinaio di articoli per conferenze e riviste scientifiche internazionali.

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3 Commenti
  • Francesco
    Ottobre 27, 2012

    Ottimo spunto, ma non sono completamente d'accordo con la tesi.
    Secondo questa formulazione, i social media dovrebbero essere un fenomeno talmente recente che non potrebbe dare luogo ad esperti. Il che può essere in parte in vero, tuttavia fra 10 anni i social saranno drasticamente cambiati. In altre parole è molto probabile che secondo questo assunto non esisteranno mai esperti di social media, vista la velocità con la quale evolvono. Inoltre gli esperti a cui penso lei faccia riferimento nascono dal mercato, non da un'analisi scientifica. Ovvero: dove c'è un'innovazione che crea un mercato, ci saranno sempre più o meno sedicenti esperti che desiderano vendersi al meglio, offrendo la propria esperienza al servizio di chi ne sa di meno. Il web, inoltre, proprio per sua natura, ed i social media in particolare, non hanno barriere all'ingresso, poichè non sono un'arte o una scienza ma una dimensione sociale: ciò significa che l'apprendimento è probabilmente più veloce e alla portata di tutti rispetto all'apprendimento della musica o della pallacanestro.

    • Rudi
      Ottobre 31, 2012

      In parte hai ragione. In questo mondo "no science" solo una collezione di pratiche semi-magiche, e tanto spazio per la sperimentazione. Ma proprio per questo quelli che hanno certezze e pontificano mi danno molto fastidio (olte che essee oggettivamente pericolosi). Ce n'e' tanti… E poi sono un provocatore. E a volte un po' burlone.
      R.

  • fratapi
    Ottobre 29, 2012

    bellissimo, anch'io , senza sapere che lo fa anche Rodolfo, mi definisco un cultore della materia, un appassionato che prova a studiare e tenrsi aggiornato.

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