La fine del sovraffollamento turistico?

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Perché a molti piacciono gli spazi affollati? L’onda lunga del COVID può essere la fine del sovraffollamento turistico?

Sulla Repubblica (on-line) di oggi (scrivo questo post il 31 di maggio 2021) leggo la seguente previsione:

Il “sovraffollamento turistico” – tutti negli stessi posti nello stesso periodo – il cosiddetto overtourism, non è compatibile, dice Palmucci, con l’emergenza sanitaria. Anche quando questa sarà finita, resterà nella gente il bisogno di sicurezza, di avere spazio intorno a sé, natura e bellezza. Inoltre, anziché concentrare le ferie in un unico periodo, la tendenza è quella di frammentarle, facendo brevi vacanze anche fuori stagione e in luoghi non affollati.

Ora, a parte che la frammentazione delle vacanze, per chi se le può permettere, è un fatto consolidato da diversi anni in tutti i paesi avanzati, il punto è che il Presidente dell’ENIT riporta una previsione sostenuta da tempo da molte ricerche, ma smentite dai fatti.  

È inutile che vi dica che siamo tutti per le partenze intelligenti, ma poi… Inoltre, il desiderio di scoprire luoghi nascosti e poco noti è vecchio quanto il turismo, ma poi… Insomma, perché ci troviamo sempre in tanti negli stessi luoghi? E’ solo un problema di calendario o di disponibilità di strutture e accesso, o è che in fondo a molte persone sono attratte dai luoghi affollati? E se quest’ultima ipotesi fosse vera, il COVID può metter fine a questo piacere?

Daniel Stokols è un importante psicologo che si occupa da tempo dei comportamenti sociali nella prospettiva degli studi urbanistici o delle politiche pubbliche. In un articolo (del 1972) molto citato negli ambienti accademici che studiano questi temi, dove discute la differenza tra densità di persone e affollamento, definisce quest’ultimo come una risposta psicologica alla congestione.

Stokols è il primo studioso, seguito da molti altri, che qualifica questa reazione psicologica come negativa. In altri termini, le persone proverebbero sempre fastidio per i luogo affollati. 

Quattro anni dopo, tre ricercatori dell’Università delle Hawaii (Choi e altri) scrivono un paper dove manifestano e motivano il loro disaccordo con l’ipotesi di Stokols. Essi propongono una visione alternativa in cui la percezione di affollamento, e quindi la risposta negativa o positiva ad esso, dipende oltre che da fenomeni oggettivi (come il livello di densità e i comportamenti), anche dai codici culturali e motivazionali con cui tali fenomeni vengono interpretati. 

Questa differenza di opinioni potrebbe sembrare una questione di lana caprina, ma ha molte conseguenze sullo storytelling del nostro settore. Mentre la concettualizzazione di Stokols ha ricevuto molta attenzione, tra l’altro negli studi sul tempo libero, l’approccio di Choi e dei suoi colleghi è stato trascurato nella ricerca turistica contemporanea.

Ciò ha avuto importanti conseguenze sulla costruzione della teoria dell’affollamento, in cui la sua connotazione intrinsecamente negativa lo ha portato ad essere collegato ai concetti più ampi di capacità di carico e sostenibilità.

Tesi sul sovraffollamento turistico

La tesi prevalente è che l’affollamento alla lunga incida negativamente sul grado di soddisfazione dei turisti. Per essere ancora più chiari. Il successo di una destinazione turistica ha come conseguenza l’arrivo di molte persone che, tra le altre cose, in ultima analisi costituisce motivo di insoddisfazione e quindi l’inizio della fine del successo. Ma è davvero così?

La fine del sovraffollamento turistico?

© Nikolaus Bader, su Pixabay

Devo essere sincero. Ho faticato a trovare dati che supportano questo argomento. Prendiamo Barcellona, dove da diversi anni si monitora in modo sistematico il dato sulla soddisfazione dei turisti in attesa di registrare il declino da Overtourism. I dati forniti dall’Osservatorio del Turismo di Barcellona (2019) mostrano come il livello di soddisfazione dei turisti sia elevato e mostri segnali di crescita dal 2014. Inoltre, solo la metà degli intervistati percepisce Barcellona come piena di visitatori. Tesi confortate dalle analisi sulle recensioni on-line che vedono Barcellona al quarto posto (e in crescita) per soddisfazione generale nella classifica delle prime 10 città europee per dimensioni turistiche.

Non sono riuscito a trovare altri casi con rilevazioni cosi sistematiche e con una serie storica altrettanto lunga. Inoltre, non sono riuscito a verificare se ci siano ricerche che riescano anche a distinguere la risposta controllando per il grado di affollamento della destinazione nel giorno in cui è stata fatta l’intervista. Può essere ci siano casi che dimostrano il contrario. Tuttavia,  esistono diverse ricerche che dimostrano come l’affollamento sia uno dei fattori di attrattività dei centri commerciali e dei centri storici.

Il punto è che, in generale, la folla a molte persone non da fastidio. Anzi, procura piacere. Perché?

A questa domanda hanno riposto alcuni psicologi delle Università del Sussex, St Andrews e Leeds. Secondo il pensiero comune, c’è l’idea che ognuno di noi abbia bisogno dei suoi spazi. Questo è vero, sostengono gli studiosi, ma è relativo. In sostanza, le loro ricerche, in linea con lo studio di Choi (e altri) che ho citato prima, dimostrano che come esseri umani non abbiamo una sola identità. Dobbiamo riconoscere che abbiamo identità multiple basate sul contesto sociale. Semplificando molto, se partecipiamo a eventi dove pensiamo assistano persone del nostro gruppo sociale, la cosa non solo non ci da fastidio, ma ci procura piacere. Il Covid metterà fine questo piacere?

A questa domanda hanno cercato di rispondere in tanti. Mi limito a riportarvi quella che mi ha più convito, tratta da un articolo del National Geographic. La teoria ci dice che la memoria è fugace e gli esseri umani si adattano al cambiamento del contesto senza rendersene conto. Quindi si, chi ama i luoghi affollati ritornerà a frequentarli con il desiderio che lo facciano altre persone. Se la teoria non vi basta, guardiamo alla storia. 

“È incredibile quanto velocemente le persone abbiano dimenticato l’influenza spagnola”, afferma Peter Stearns , uno storico delle emozioni alla George Mason University. “C’è uno studio sulle reazioni americane all’influenza spagnola che sostiene che l’unico cambiamento permanente che ne derivò fu che le scuole smisero di usare bicchieri comuni per le bevande”.

Questi dati portano altri due piccoli insegnamenti. Primo, le ricerche di marketing sulle intenzioni hanno davvero scarso valore informativo. Meglio studiare i comportamenti. Secondo, fermo restando che l’affollamento e la congestione hanno potenzialmente conseguenze negative sotto il profilo della salute e della sicurezza, chi si occupa professionalmente di turismo dovrebbe guardare ai fatti anche quando contraddicono i propri gusti e le proprie inclinazioni.

Non può essere che convegni, linee guida e piani turistici continuino ad affermare tesi non sostenute da dati empirici. 

 

Foto copertina “Night Market in Taiwan” – © Pixabay

Antonio Pezzano

Antonio Pezzano assiste enti pubblici e organizzazioni turistiche a disegnare e attuare politiche e progetti che creino valore economico. Il suo ruolo é fornire dati e fatti concreti a chi prende le decisioni. E’ stato per conto della Commissione Europea coordinatore della rete di destinazioni turistiche europee di eccellenza EDEN.

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