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Il 18 novembre 2025, oltre dodicimila persone si sono presentate in otto città italiane per sostenere il primo esame nazionale di abilitazione alla professione di guida turistica. Ne hanno passato la prova scritta 230. L’1,8 per cento.

La (allora) ministra Santanchè ha difeso il risultato parlando di un esame «serio e rigoroso». I candidati esclusi — tra cui molti laureati magistrali in discipline storico-artistiche — hanno parlato di test impossibile: ottanta domande su oltre cinquecento siti culturali distribuiti in venti regioni, senza bibliografia né criteri di approfondimento.

Pochi giorni fa – il 5 giugno 2026 – si è svolto il secondo esame. Hanno partecipato circa ottomila candidati. Ne hanno superato la prova scritta 7.844. Il novantaquattro per cento.

Stesso esame, stessa legge, stesso ministero. Programma ridotto del sessanta per cento. Domande dimezzate. Penalità eliminate. In sette mesi la selezione è passata da quasi impossibile a quasi automatica.

Questo dato non dimostra né che il primo esame fosse sbagliato né che il secondo sia troppo facile. Dimostra qualcosa di più scomodo: che il sistema misura se stesso, non i candidati. Insomma, è una dimostrazione che la forma è una ottima foglia di fico per la sostanza e per lavarsi le mani.

Questa situazione mi ha portato a riflettere se stiamo affrontando nel modo giusto la domanda di fondo, a partire dal fatto che forse dobbiamo chiarirci meglio questa domanda.

La giustificazione delle autorizzazioni e grandi limiti di questo approccio del 900

Quando nasce una professione regolamentata, la giustificazione è quasi sempre la stessa: proteggere il consumatore. Il turista non sa, prima della visita, se il servizio sarà buono o scadente. L’abilitazione pubblica è la garanzia minima. Sembra ragionevole. Il problema è che stiamo usando una risposta del Novecento per affrontare un mercato del 2026.

Trenta anni fa un turista aveva pochissime informazioni prima di scegliere una guida. Oggi può leggere decine di recensioni, confrontare valutazioni, vedere video, verificare esperienze precedenti e raccogliere in pochi minuti un volume di informazioni che nessun esame pubblico potrebbe mai garantire.

La ricerca economica sul tema è abbastanza concorde sul fatto che il sistema di autorizzazioni, quando non ha a che fare con motivi di sicurezza – soprattutto se molto severo, riduce la concorrenza e aumenta i prezzi, ma non migliora la soddisfazione dei consumatori. Le recensioni online, quando il sistema funziona bene, possono essere un sostituto efficace delle licenze professionali come strumento di controllo della qualità. In altre parole, una licenza misura la qualità una volta. Il mercato la misura ogni giorno.

Inoltre, esiste un rischio poco discusso quando si parla di professioni regolamentate. È un fenomeno noto agli economisti come rent seeking: regole nate per proteggere il pubblico finiscono per proteggere chi è già presente sul mercato. È una dinamica strutturale.

Nel caso italiano, la dinamica è ancora più evidente. Tra il 2013 e il 2023, l’Italia non ha bandito alcun esame abilitante. Per oltre un decennio, diventare guida turistica per via legale era praticamente impossibile. Chi era già abilitato ha operato in un mercato protetto non da requisiti di qualità, ma da un vuoto normativo. La legge 190 del 2023 — inserita nel PNRR come riforma di liberalizzazione — doveva colmare questo vuoto. Il primo ciclo di esami ha prodotto 222 nuove guide abilitate in tutto il Paese.

Perché un approccio pragmatico fa bene al turismo italiano

Primo: più guide disponibili significa più turisti che accedono all’interpretazione professionale. L’Italia è uno dei Paesi più visitati al mondo e – stando a quanto ci dicono le ricerche di Banca d’Italia – la maggior parte dei visitatori si concentra in località con un ricco patrimonio culturale.  In questo contesto, 222 nuove guide abilitate in un anno non sono un problema di qualità. Sono un problema di capacità. La carenza strutturale di guide certificate — riconosciuta dallo stesso bando ministeriale — non scompare con esami più selettivi: si trasforma in domanda inevasa che si rivolge a operatori non regolati. Un sistema di accesso pragmatico, calibrato sulla dimostrazione effettiva di competenza, espande il bacino di chi può offrire interpretazione professionale. Espanderlo significa che più visitatori, in più destinazioni e in più lingue, possono accedere a qualcosa che oggi manca.

Secondo: l’interpretazione professionale produce comprensione reale della storia e della cultura del Paese. La ricerca sull’interpretazione del patrimonio è esplicita: le dimensioni chiave di un tour guidato efficace — qualità e quantità di conoscenza trasmessa, coinvolgimento partecipativo, comprensione del contesto culturale — influenzano significativamente le intenzioni future del visitatore, ritorno alla destinazione per visitare altri luoghi, passaparola positivo, raccomandazioni ad altri, attaccamento al Paese. In altre parole, un soft power che fa oltre il turismo.

Terzo: guide specializzate e tematiche possono aiutare a distribuire i flussi meglio dei controlli amministrativi. Un approccio pragmatico che favorisca innovazione — guide gastronomiche, percorsi naturalistici, esperienze nei borghi, itinerari per famiglie, turismo accessibile — crea incentivi di mercato per presidiare destinazioni meno note. Non è detto che funzioni. Di sicuro, un sistema di abilitazione che seleziona sulla conoscenza enciclopedica di cinquecento siti uniformi non crea le condizioni per innovare.

Quarto: ridurre l’abusivismo passa per l’espansione dell’offerta legale, non per la restrizione. Questo è l’argomento paradossale, ma è quello con la logica più solida. L’alternativa a una guida abilitata in Italia non è “nessuna guida”. È una guida non abilitata, un’audioguida, un video di YouTube, o sempre più spesso un assistente AI. La domanda di interpretazione del patrimonio non scompare quando l’offerta legale è carente: si sposta verso forme non regolate. Un esame che filtra il 98 per cento dei candidati non protegge il patrimonio — crea un mercato parallelo dove la domanda inevasa si rivolge a chi opera senza controlli. La logica pragmatica è inversa: se l’obiettivo è garantire standard minimi, il modo più efficace è rendere l’accesso regolare più semplice dell’accesso irregolare.

Tre modelli europei: nessuno è perfetto

L’Europa non ha una risposta univoca. Il confronto tra tre Paesi vicini aiuta a capire che il problema non è se regolare, ma come. Nel tempo ho acquisto informazioni su come vanno le cose in tre Paesi europei. Quanto scrivo di seguito va preso con beneficio di inventario perché può essere che alcune cosa siano cambiate o che le informazioni che ho appreso nel tempo siano parziali.

Germania: nessuna licenza statale, certificazione volontaria. In Germania la professione di guida turistica non è regolamentata dallo Stato. Non esiste un esame pubblico di abilitazione, né un albo obbligatorio. Al suo posto, il BVGD — l’associazione nazionale delle guide tedesche — ha sviluppato un sistema di certificazione a tre stelle, il cui livello massimo corrisponde allo standard europeo EN 15565. Circa 7.500 guide attive in 234 città e regioni; le città possono aggiungere propri programmi di formazione. La critica principale non viene dai consumatori, ma dalle associazioni di categoria, preoccupate dai free tour su piattaforme digitali che operano fuori da qualsiasi sistema di riconoscimento professionale. Il mercato funziona, ma segnala la qualità in modo asimmetrico.

Francia: titolo accademico, tessera permanente, ambito ristretto. In Francia la professione è regolamentata, ma in modo chirurgico. La legge impone la tessera professionale di guide-conférencier soltanto per le visite guidate nei musei e nei monumenti storici, nell’ambito di prestazioni commercializzate da operatori di viaggio e soggiorno registrati. Fuori da questo perimetro — tour indipendenti, esperienze gastronomiche, percorsi urbani — nessun obbligo formale. L’accesso non passa da un esame pubblico ma da un percorso accademico: una licence professionnelle specifica o un master con unità di insegnamento complementare, più una lingua straniera a livello C1. La tessera è permanente e nazionale. Il punto critico del modello francese è la dipendenza dall’offerta universitaria: quando i corsi scarseggiano, l’offerta di guide abilitate si contrae — non per decisione del mercato o del regolatore, ma per ragioni di politica accademica.

Spagna. In Spagna l’abilitazione dipende dalla normativa di ciascuna comunità autonoma. Diciassette regioni, diciassette sistemi, diciassette requisiti diversi. Una guida abilitata in Catalogna non può lavorare legalmente a Madrid senza ottenere una seconda abilitazione, e viceversa. La Direttiva Servizi dell’UE del 2006 ha spinto verso un regime più aperto per le guide di altri Stati membri, ma la frammentazione interna rimane. Non a caso, GuruWalk — una delle principali piattaforme mondiale di free tour — è nata a Valencia nel 2017 come risposta di mercato a un sistema troppo complesso per essere scalabile.

E quindi? I tre modelli coprono quasi tutto lo spettro possibile: nessuna regolazione statale, regolazione accademica con ambito limitato, moltiplicazione regionale obbligatoria. Nessuno è privo di critiche. La Germania ha un mercato vivace ma qualità asimmetrica. La Francia ha tessere permanenti ma accesso dipendente dai piani universitari. La Spagna ha standard regionali ma nessuna mobilità professionale interna.

Tutti i sistemi hanno pregi e difetti, anche se il sistema tedesco mi sembra che possa funzionare bene da noi. Di sicuro nessuno si basa su esami con approccio nozionistico in un settore dove la capacità di interagire con il pubblico è altrettanto importante delle informazioni che si erogano.

C’è un problema di fondo però. Tutti e tre i sistemi sono stati disegnati prima che le piattaforme digitali cambiassero le regole del segnale di qualità.

Il tema che stiamo ignorando

Tra pochi anni — probabilmente già adesso, in molti siti — milioni di visitatori riceveranno spiegazioni da audioguide avanzate, sistemi di realtà aumentata e assistenti basati sull’intelligenza artificiale. Il tutto senza alcun esame di abilitazione, senza iscrizione a nessun elenco nazionale, senza tessera da esibire.

A quel punto la domanda non sarà più: «Chi può fare la guida turistica?»

Sarà: «Come garantiamo che chiunque interpreti il patrimonio — persona, piattaforma o algoritmo — offra informazioni corrette e contribuisca positivamente all’esperienza del visitatore?»

Il dibattito italiano è ancora fermo alla prima domanda, mentre il settore si muove rapidamente verso la seconda.

L’esame del 5 giugno 2026 ha promosso il novantaquattro per cento dei candidati. È una buona notizia per un mercato che aveva urgente bisogno di nuove guide qualificate. Ma non risponde alla domanda più importante.

Forse è da qui che dovrebbe ripartire il dibattito.

Antonio Pezzano

Antonio Pezzano

Antonio Pezzano assiste enti pubblici e organizzazioni turistiche a disegnare e attuare politiche e progetti che creino valore economico. Il suo ruolo é fornire dati e fatti concreti a chi prende le decisioni. E’ stato per conto della Commissione Europea coordinatore della rete di destinazioni turistiche europee di eccellenza EDEN.

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Antonio Pezzano assiste enti pubblici e organizzazioni turistiche a disegnare e attuare politiche e progetti che creino valore economico. Il suo ruolo é fornire dati e fatti concreti a chi prende le decisioni. E’ stato per conto della Commissione Europea coordinatore della rete di destinazioni turistiche europee di eccellenza EDEN.

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