La ristrutturazione dell’offerta turistica italiana

Le grandi opportunità passano attraverso la ristrutturazione della nostra offerta turistica.

Fuor di dubbio non si può, in questi giorni, avviare la stesura di un articolo che riguardi il turismo senza citare il “nuovo” cambio di assetto ministeriale, con l’introduzione, potenzialmente molto intelligente, di un ministero dedicato.

Una scelta in linea con i tempi e con l’estensione che il fenomeno turistico ha assunto in questi anni e, soprattutto, con le possibilità che il turismo può presentare per lo sviluppo del nostro Paese.

Contrariamente a quanto si possa pensare, tuttavia, il vero grande ruolo che il turismo può rappresentare per la nostra economia, non riguarda, per una volta, il numero di flussi di visitatori, nazionali e internazionali che da decenni popolano le nostre città e coltivano le nostre economie territoriali.

Quella è solo una “parte” del turismo.

La grande “opportunità” che il turismo rappresenta per lo sviluppo dell’intero sistema paese (come si usava dire qualche tempo fa), è piuttosto nella “ristrutturazione” della nostra offerta.

Vale a dire “usare” il turismo come “veicolo” per canalizzare le politiche regionali e le politiche territoriali e trovare nel “potenziamento dell’offerta turistica” il filo conduttore che collega il rinnovamento delle politiche di riqualificazione urbana e territoriale, l’estensione delle reti di mobilità pubblica su rotaia o su gomma, il potenziamento di alcuni servizi comunali ed extra comunali, il “rilancio” dei “borghi” e delle destinazioni minori.

Si tratterebbe, pur con le dovute differenze, di individuare nel settore turistico un “centro di ricavo” cui destinare una serie di investimenti “generali”: un “output” intorno al quale poter avvicinare anche le amministrazioni territoriali e avviare dei processi di cooperazione che, nel tempo, potrebbero condurre ad un livello di collaborazione crescente.

Per un Paese come il nostro, infatti, una politica volta al potenziamento del turismo non significa altro che la creazione di infrastrutture (materiali ed immateriali) e la definizione di servizi di natura territoriale che, coordinandosi anche sulla base di un’offerta privata fatta di strutture ricettive, servizi di mobilità, ristorazione e attività dedicate al tempo libero, possa “incrementare” il livello di soddisfazione dei turisti provenienti sul nostro territorio aumentandone contestualmente le opportunità di “acquisto”, e conseguentemente, il livello di spesa medio pro-capite. Il tutto, favorendo, al contempo, l’affermazione di nuove destinazioni in modo che “i grandi attrattori” turistici (le città d’arte, il turismo balneare, ecc.) possano essere parte di un itinerario integrato e più esteso degli itinerari attuali.

La ristrutturazione dell’offerta turistica porta a un aumento dei consumi, anche quelli dei residenti.

Non è necessario essere esperti di economia territoriale per comprendere che quelle stesse azioni favoriscono anche i consumi dei cittadini, e che a questo incremento dei consumi può associarsi, in un circolo virtuoso, la nascita di nuovi servizi strumentali.

Ricapitolando: valorizzazione del territorio, servizi di mobilità, presenza di un’offerta culturale e opportunità associate al tempo libero, ristorazione, librerie e bar e maggiori opportunità di lavoro; non sono forse questi stessi elementi a definire le motivazioni della mobilità demografica interna di un Paese? Non sono forse questi i motivi per cui i cittadini si trasferiscono dal piccolo comune alla città?

L’unica offerta “esclusivamente” turistica, di fatto, è l’offerta in termini di strutture ricettive: ma questa è soltanto una connotazione “culturale”, che potrebbe essere superata se associata ad una strategia di medio periodo. Per fare un esempio, basterebbe creare delle politiche d’offerta per i “residenti”, perché no, in parte sostenute da un contributo di natura pubblica che troverebbero ratio e copertura finanziaria nella potenziale riduzione degli incidenti stradali, con tutti i costi sociali che tale fenomeno genera per la nostra collettività.

A ben vedere, dunque, le linee che sono state definite all’interno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, così come la scelta di individuare nel turismo un ministero ad-hoc, sono elementi che possono favorire lo sviluppo del territorio nel suo complesso se, con la “scusa” del turismo, riusciranno da un lato a veicolare i flussi di investimenti provenienti dalle extra-risorse del recovery plan, e dall’altro permetteranno di costruire una rete di nuove connessioni territoriali, sinora ostacolate da miopi rivalità e campanilismi e dalla mancanza di una “progettualità” comune.

Certo, non è assolutamente semplice e, del resto, il risultato è tutt’altro che scontato. Di certo, però, fare posizionamento attraverso la presenza nelle fiere internazionali o attraverso bislacchi tentativi di creazione di siti web non richiede un ministero a parte. Per quello basta un ufficio.

Adesso mettiamo mano alla ristrutturazione…

Photo by Cristina Gottardi on Unsplash

Stefano Monti

Stefano Monti

Partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all'estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale e turistico.

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