Chiacchierata con Luca De Giglio, pioniere del Web3 travel in Italia. Dopo nove anni di attesa, l’acquisizione di Bridge da parte di Stripe e il Genius Act americano segnano una svolta. Ecco cosa cambia per operatori e viaggiatori.
Con Luca De Giglio ci conosciamo da tanto tempo. Chi mi segue sui social lo sa, perché avevo scritto pubblicamente che mi sarebbe piaciuto averlo sul podcast. Luca è un esperto di blockchain e di turismo: due domini che si sovrappongono e ne fanno un campo di attività molto interessante. Ha moltissima esperienza in questo settore, e la cosa che ci ha incuriosito era un suo recente lavoro sul mondo delle stablecoin nel turismo.
NB: La chiacchierata nasce per il mio podcast sul Futuro del Turismo, se volete ascoltare, invece di leggere, trovate l’episodio a questo link
Luca, partiamo dalle presentazioni. Raccontaci un po’ del tuo background.
Quello che può interessare in questo contesto è che dal 2017 mi sono messo a pensare all’interazione tra la tecnologia blockchain e il mondo del travel. 2017: siamo nel 2026, nove anni dopo. Direi che adesso ci siamo, nel senso che sono avvenute delle cose l’anno scorso che mi fanno pensare che finalmente ci siamo.
Te la faccio breve: io sono quello del Web3 travel. Ci ho creduto fin dall’inizio e ho continuato a crederci per tanti anni. Finalmente oggi posso venire da te e dire: avete visto che forse avevo ragione?
Mi ricordo una tua presentazione al BTO nel 2017, quando c’era ancora Giancarlo Carnevali. Poi ti abbiamo avuto ospite in altre occasioni, ad Akon e altri eventi. È sempre affascinante vedere come, riuscendo a comprendere una tecnologia, si riesca a capire anche quali sono le implicazioni. Quali sono, secondo te, alcuni casi interessanti che fanno capire le potenzialità di quello che sta accadendo nel mondo del Web3 e del travel?
Prima di darti dei casi d’uso, ti faccio molto velocemente la tesi di cos’è la blockchain. La blockchain, nel travel o in generale, è semplicemente un nuovo pezzo di internet, un nuovo layer.
Internet nasce come una tecnologia per condividere informazioni: quello che chiamavamo il Web 1.0, dove tutti a un certo punto abbiamo iniziato a poter leggere le informazioni e mandare informazioni via mail, in maniera gratuita e veloce.
Poi c’è stato il Web 2.0, quello che ha fatto nascere i social media: il web che permetteva alle persone anche di scrivere, non solo di leggere.
Il Web3 è quello della blockchain: il web che permette alle persone anche di possedere. Nasce Bitcoin. Posso possedere qualcosa di valore online in maniera nativa di internet. Prima potevi possedere solamente un dominio, e il dominio comunque si appoggia ad aziende. Con Bitcoin puoi possedere qualcosa di valore senza nessun tipo di dipendenza esterna a internet.
Da questa idea, da questo concetto, sono nate un sacco di possibili applicazioni. Te ne faccio solo una per tenerla breve: gli NFT. Un NFT è un possedimento digitale che può rappresentare tante cose e che io posso avere in maniera completamente indipendente.
Dal 2017 in poi si sono fatti un sacco di esperimenti, tentativi di utilizzare questo nuovo layer di internet nel travel, ma non si è mai riusciti a fare qualcosa di veramente impattante. Ci sono limitazioni tecniche, in particolare il fatto che tutti dovrebbero avere un wallet, che è facile da installare ma difficile da mantenere al sicuro.
Si parla di proprietà, ed è come dare la mitica mitragliatrice in mano alla scimmia: è meglio di no. Cioè, la può prendere, può anche sparare, però forse è meglio di no, perché la tecnologia dei wallet è ancora troppo difficile.
Però l’anno scorso sono successi degli avvenimenti molto importanti che confermano che a livello pratico si può usare la blockchain anche nel travel per fare un salto in avanti.
Apriamo una piccola parentesi sugli NFT, che sono stati una moda — qualcuno dice passeggera. In realtà, oltre la moda delle immagini e dei possedimenti digitali, c’è dietro una tecnologia che apre degli scenari interessanti sul travel. Vogliamo ricordare qualche applicazione?
Noi abbiamo sperimentato con TRIPS Community una prenotazione in NFT. Il concetto alla base è questo: oggi una prenotazione, che tu la faccia con un albergo o tramite una OTA, cos’è? È un contratto. Io ti do la carta o ti mando un deposito, una caparra, e abbiamo un accordo tra due parti: io posso venire a stare la notte del 17 gennaio, ho acquisito il diritto di stare in quella stanza. Vengo, dormo una notte, vado via.
Questo è un modo di rappresentare una prenotazione. Si può fare anche con un NFT: quella prenotazione non è un contratto tradizionale, ma è un asset digitale. Io compro una cosa, e quella cosa è il diritto a stare nel tuo albergo. Però, siccome è mia, la posso anche trasferire, la posso restituire — magari automatizzando delle penali — la posso mettere su un marketplace.
In base a delle policy, ovviamente.
Esatto. Si possono replicare tutte quelle clausole di quel contratto in maniera programmatica, in maniera nativa su internet. È anche molto più semplice.
Questo rispetto, ad esempio, a far rispettare un no-show: se è programmatica e automatica, accade grazie alla tecnologia, giusto?
Esatto. Stiamo portando quell’accordo, che oggi è scritto tra virgolette “su carta” — in realtà su database diversi che poi devono sincronizzarsi — lo metto sulla blockchain, in uno smart contract, ed è lì e reagisce in maniera automatica.
Per esempio, al fatto che io sono arrivato all’albergo e l’albergo dichiara che sono arrivato, il denaro del pagamento può essere rilasciato all’albergo in maniera automatica.
È un po’ come la lettera rispetto alla mail. La lettera funzionava benissimo: se dovevo scriverti, prendevo un pezzo di carta, “Ciao Mirko, vengo a Firenze, andiamo a bere una birra”, la mettevo in una busta, ci mettevo il francobollo, la mandavo, partiva un cavallo o una macchina o un aereo, e ti arrivava. Funzionava.
La mail è un po’ meglio, perché ho rimosso tutta quell’infrastruttura fuori da internet, sostituendola con l’infrastruttura di internet. È la stessa cosa: spostare delle funzionalità da fuori internet a dentro internet, con dei vantaggi. Il famoso “dieci volte meglio”.
Le stablecoin: cosa sono e perché cambiano tutto
Arriviamo al tema delle stablecoin. Intanto, per i non addetti ai lavori: cosa vuol dire stablecoin? In cosa differisce da una crypto tradizionale?
Te lo racconto come una storiella, che le storie sono più belle da ricordare e da digerire.
Circa dieci anni fa sono nati questi exchange di criptovalute dove comprare i Bitcoin. Questi exchange, tra di loro, dovevano ogni tanto mandarsi dei soldi per compensare dei trasferimenti. Si mandavano questi soldi tramite le banche. Però le banche o non accettavano questo tipo di exchange — perché le crypto sono una cosa un po’ tossica per le banche — oppure ci mettevano un sacco di tempo e costavano molto. Non era un’infrastruttura, quella bancaria, che si sposava bene col mondo delle criptovalute.
A quel punto, degli italiani — tra l’altro mi ricordo solo il nome di Paolo Ardoino, che è il CTO, non mi ricordo mai il nome del CEO — hanno detto: “Ma perché non creiamo un token, un token di blockchain, che vale sempre un dollaro?”
Non quei token che ti fanno diventare ricco e poi in realtà ti fanno diventare povero. Un token che vale sempre un dollaro.
Hanno detto: “Io adesso emetto mille dollari e mille token chiamati USDT, e metto in banca mille dollari. Voi exchange mi date mille dollari e io vi do gli USDT, che usate tra di voi per fare queste compensazioni”.
Questo è il concetto di base: un token che vale sempre un dollaro.
Perché ha un valore stabile.
Esatto, stabile. Poi il sistema si è evoluto. Ne è uscito un altro, USDC, americano e compliant, che rispetta tutte le regole e dietro ha dei depositi bancari certificati.
Negli anni è cresciuto. Adesso siamo a parecchi miliardi di dollari di valore e siamo già ai trilioni di transato. Sono diventati uno degli elementi di base che uniscono il mondo blockchain e criptovalute al mondo reale, perché il mondo reale gira in dollari.
Tu hai scritto un documento che parla proprio di stablecoin nel travel. Intanto: perché se ne parla adesso? C’è stato qualche elemento scatenante? E poi: qual è il beneficio, sia lato B2B — cioè lato operatori — sia lato B2C, cioè lato viaggiatori?
L’elemento scatenante è stato l’acquisto da parte di Stripe di un’azienda per un miliardo e cento milioni di dollari: il più grande acquisto della storia di Stripe e uno dei più grandi acquisti nel mondo delle criptovalute. Questa azienda si chiama Bridge ed è un’azienda che lavora sulle stablecoin e fornisce infrastruttura per stablecoin.
Questo ha validato una storia di Stripe molto aperta nei confronti delle criptovalute e ha fatto capire che adesso si comincia a fare sul serio.
Elemento scatenante prima di questo: a gennaio 2025 gli americani fanno un pezzo di legislazione, si chiama Genius Act, che dice — la sto semplificando in maniera tremenda — che d’ora in poi le stablecoin sono legali. Non è più roba tossica, non è più quella cosa che i democratici volevano distruggere e i repubblicani vogliono invece spingere, nel bene e nel male.
Quindi: segnalazione del legislatore, eliminazione del dubbio legislativo, movimento da parte delle corporation — non c’è solo Stripe, ce ne sono anche altre, tra le quali PayPal — e creazione dell’infrastruttura. Non è solo una segnalazione: l’infrastruttura è pronta, possiamo già lavorarci.
Questo è stato il tassello finale per dire: ok, la blockchain nel mondo in generale — e io dico nel travel — comincia a essere qualcosa di concreto.
I vantaggi concreti: costi, tempi, trasparenza
Bene. Quindi cosa ci dobbiamo aspettare? Quali applicazioni e quali benefici, sia B2B che B2C?
Vari benefici. Intanto, il mondo del travel ha un problema. Mi diceva ieri un giornalista americano con cui ho parlato — e non conoscevo questo dato — che il costo dei trasferimenti bancari, in generale muovere denaro nel mondo del travel, è tre o cinque volte più caro che in altre industry. Per mille motivi: si è multi-paese, ci sono aziende piccole, medie e grandi. Costa un sacco di soldi muovere i soldi.
È un tema noto, ne parlavamo già nel 2017. C’erano già alcuni GDS che stavano ipotizzando di passare a un’infrastruttura crypto. All’epoca si parlava molto di Ethereum e di blockchain, poi c’erano le varie ICO, proprio per semplificare. Perché hai multi-valuta in tutto il mondo, e passare a una valuta franca avrebbe fatto risparmiare centinaia di milioni di dollari. Poi però la latenza e la complessità hanno un po’ frenato. Adesso forse ci siamo.
Adesso ci siamo. Se dovessi spedire ovunque nel mondo mille dollari, mi costerebbe forse un millesimo di dollaro e ci metterebbe un secondo.
La tecnologia, l’infrastruttura c’è. Ora, per quello che dicevo prima — il fatto che i wallet sono difficili da gestire — conviene affidarsi a terzi, tipo Stripe, e quindi loro sicuramente faranno pagare di più.
Però è un po’ come quando si è passati dal telefono a gettoni — dove chiamare la morosa all’estero costava tre euro al minuto — a questa call o a WhatsApp, dove è gratuito ed è immediato. Il salto è di quel livello lì. Mandare soldi costerà molto, molto meno.
Quindi questo è un lavoro “under the hood”, che i grandi operatori — soprattutto gli intermediari, ma anche i piccoli — si troveranno come una semplificazione tecnologica che permette di scambiare denaro più facilmente.
Esatto. Hai colto una cosa, non so se in maniera involontaria: il vero vantaggio oggi, in questa fase storica, non è tanto il B2C — il cliente che paga l’albergo in stablecoin — ma è tutta l’infrastruttura dietro.
Il mondo dell’intermediazione, i GDS, le grandi OTA…
Sì, ma tutto dietro le quinte. Neanche l’hotel deve preoccuparsi troppo di cosa sia un wallet: si appoggia ai payment processor, che a loro volta hanno nascosto tutta la complessità dietro le quinte e riescono quindi a offrire delle condizioni molto più interessanti.
Primo vantaggio: il costo.
Secondo: la velocità. Un altro dei problemi che c’è nei pagamenti internazionali è il settlement, cioè il tempo che passa da quando pago a quando poi viene confermato il pagamento. Penso alle carte di credito, per esempio, ma anche a tanti altri aspetti. Con le stablecoin il settlement è immediato: i soldi arrivano subito.
Poi un altro vantaggio: si parla di 24 ore su 7 giorni per 365 giorni all’anno. Non c’è la chiusura della banca. Sembra una cretinata, sembra una cosa irrilevante, in realtà è molto importante.
Non c’è Bank Holiday.
Esatto. Non chiude la posta e quindi la lettera non la puoi spedire la domenica. Con la mail parte e arriva subito.
Inoltre c’è un aspetto di trasparenza. Oggi quando mandi del denaro — pensa a un’OTA che deve pagare delle commissioni, o un albergo, o viceversa — il denaro sparisce in una black box che può durare tre giorni. Alla faccia della black box dell’AI!
Tu mandi e poi vai in chiesa, preghi, speri che arrivi. Di solito arriva. Non sempre. Non sai quando, non sai come, non sai perché, non sai dove è stato. C’è tanta fede in quello. Poi funziona, perché comunque è un’infrastruttura, quella dei pagamenti odierni, che si è sviluppata in vari layer in decenni, e alla fine bene o male funziona. Però ha dei costi e dei tempi molto lunghi.
Con le stablecoin tu vedi in tempo reale dove e quando arrivano i soldi. Se c’è un problema, i soldi non partono, ma ti rimangono a te: non è che spariscono nel vuoto.
Quindi abbiamo detto: costi, tempi, disponibilità 24 ore su 24 continua, trasparenza. E poi altri tre vantaggi. Già questi basterebbero, ma ce ne sono altri tre molto interessanti.
Treasury, programmabilità e il futuro degli agenti AI
Quali sono questi altri vantaggi?
Il fatto che con le stablecoin puoi guadagnare degli interessi. Se c’è un’azienda che gestisce i propri pagamenti in stablecoin e ha una cassa di 50 milioni di dollari media costante, oggi per guadagnarci degli interessi deve fare degli accordi particolari.
Con le stablecoin, tu li metti in quello che si chiama “lending”, cioè li presti a rischio zero — perché dall’altra parte c’è chi li prende in prestito e ha messo un collaterale superiore — e guadagni oggi più o meno un 4%. C’è tutto un discorso di treasury e di guadagnare dei soldi sui soldi che altrimenti non stanno producendo nulla.
Altro aspetto: la programmabilità, perché questi sono soldi programmabili. L’esempio che posso fare — e non ho esempi concreti già attivi che hanno cambiato il mondo del travel, però ne verranno fuori un sacco — uno può essere quello dove io pago un albergo, i soldi che pago non vanno all’albergo ma vanno in uno smart contract, quindi vengono messi in un escrow. Questo escrow è automatizzato: i soldi vengono rilasciati nel momento in cui, per esempio, arrivo all’albergo, oppure non vengono rilasciati se l’albergo ha un overbooking.
Altro esempio: assicurazioni di viaggio. Io mi assicuro contro il brutto tempo. Se devo prenotare a Rimini a maggio — che ormai a maggio non sai più se piove o meno, anche giugno — potrei dire: pago un’assicurazione, non con l’albergo ma a parte, un prodotto assicurativo per il quale metto dieci euro. Dico: se piove, voglio essere rimborsato del costo della stanza.
E questo smart contract, tramite dei sistemi che si chiamano “oracoli”, va a leggersi online se piove. E se piove, in maniera automatica mi dà i soldi dell’alloggio, mi copre da questo rischio in maniera completamente automatica, senza dover poi andare all’assicurazione e fare tutta la trafila. Posso avere i soldi indietro. Stessa cosa con un volo in ritardo.
Quindi: soldi programmabili. Potrei fare tanti esempi, ma sono tutti teorici. Mi aspetto tantissime startup che vengono fuori per offrire questo tipo di servizi e di idee, quando cominceranno le stablecoin a essere usate nel mondo dei viaggi.
Ecco, la mia domanda era proprio questa: quando inizieranno a essere utilizzate?
Io sul “quando” non parlo più, perché è da nove anni che dico “domani”. Quindi ho credibilità zero. Lasciamo che lo dica Stripe: se lo fanno loro, qualcosa ci sarà.
Va bene, vediamo. Stavi dicendo un’ultima cosa…
Un’ultima cosa. Gli agenti AI, sai dove vivono? Vivono in internet. Sono creature di internet. Gli possiamo dare una carta di credito — forse faranno il KYC a New York — però in realtà gli agenti AI lavorano su stablecoin, su crypto: è il loro mondo.
Programmare un agente che gestisce denaro, che gestisce un wallet crypto, è facile. Lo stanno già facendo. Quindi mi aspetto anche che, quando cominceranno a esserci tante stablecoin utilizzate nel mondo travel per mille motivi, avremo anche agenti che fanno prenotazioni. Tutte quelle cose che abbiamo sentito nell’ultimo anno da tutte le conferenze.
In breve: gli agenti AI useranno le crypto e le stablecoin. Non dico che non useranno le carte di credito — usiamo ancora il contante, figurati se non useremo ancora le carte di credito — però per loro è più naturale.
Tra l’altro, in questo momento anche i grandi player stanno sviluppando i vari protocolli per agenti, proprio per automatizzare questa parte di pagamento in maniera conversazionale. È partita Visa, Mastercard a seguito. C’è un protocollo specifico proprio per i pagamenti fatti dagli agenti, anche perché altrimenti dovresti dare il tuo numero di carta di credito…
Su ChatGPT!
Ecco, o su GPT. E non so io se mi fiderei a lasciarlo così girare. Non tanto per lo strumento, ma perché poi la gente potrebbe metterlo in giro.
Ti interrompo su questo, perché in realtà le stesse Visa, Mastercard eccetera a un certo punto potrebbero dire: “Ma a noi conviene, dietro le quinte, fare con stablecoin”.
Certo, la nuova infrastruttura. Sono assolutamente d’accordo.
L’impatto dell’AI: dalla scrittura del codice alla scrittura delle specifiche
Ti faccio un’ultima domanda. Seguendoti sui social, ho visto che anche tu segui molto la scena dell’intelligenza artificiale. Quali sono i cambiamenti più importanti che stanno arrivando, dal tuo osservatorio, dovuti all’impatto dell’AI nel mondo del turismo?
Ah, mi hai fregato con “nel mondo del turismo”!
Puoi anche allargare il tiro, va benissimo.
Fammi allargare, perché stiamo parlando di qualcosa che avrà un impatto — o ce l’ha già — che forse sarà superiore, o comunque paragonabile, all’impatto che ha avuto internet.
Specialmente negli ultimi sei mesi. Non so quanti se ne sono resi conto: te ne rendi conto solo se passi la giornata a programmare — dico “programmare” tra virgolette — con l’AI.
Quello che è successo negli ultimi tre mesi, in realtà dal rilascio di Claude Opus 4.5, è questo: prima, tu avevi un’idea per una startup, un’app, qualsiasi cosa. Anche un’azienda di travel poteva fare un programma, un qualsiasi cosa. Dovevi passare per i programmatori, cioè gente che sa programmare, che si metteva giù e passava settimane o mesi a programmare.
Oggi — e oggi, non domani — se tu hai un’idea di un’app di un certo tipo (ovviamente non tutti i tipi di app, non è che puoi fare Booking.com con l’AI in due minuti), però hai tantissime idee. In particolare, le idee che prima non avevi neanche messo sul tavolo perché richiedevano troppo tempo, troppi soldi. Quindi una parte di programmazione che non è neanche in concorrenza con quello che si programma a livello umano.
È un po’ come una volta non avresti mandato una lettera per dire “Ciao, come stai?” perché lo sforzo era superiore al messaggio.
Oggi lo sforzo si è spostato da scrivere codice a scrivere le specifiche. Se tu oggi ti metti davanti a ChatGPT e dici: “Senti, ho bisogno di fare un’app che nella mia azienda, per quello che faccio io — quindi neanche un’app aperta al mondo, per me — mi risolva questo problema, perché ci perdo ogni volta due ore al giorno”.
Dici: “Questo è il mio problema. Fammi domande per arrivare a delle specifiche di un’app che mi risolva il problema”. Per “app” intendo qualcosa che gira sul tuo computer e basta.
ChatGPT o Claude — io uso di più Claude, ma insomma non è un problema — ti fa domande, tu rispondi, ti fa altre domande, tu rispondi. Alla fine viene fuori un documento che è una specifica. Tu la butti su Claude Opus 4.5 — o forse anche GPT o.3 che adesso è uscito, non l’ho provato ancora — e quello ti fa l’app. Ti fa l’app che ti gira nel computer dopo venti minuti.
Questa cosa, le persone che non la usano ancora, non si rendono conto. Io sono abbastanza nerd, come sai: mi diverto con Lovable, con Google AI Studio, con Replit e i vari tool. Lovable vuole un po’ più di conoscenza di codice, effettivamente. Ma è impressionante le cose che riesci a fare. Tu devi solo saper articolare bene le tue richieste.
Esatto. Anche solo in italiano, che sembra banale ma non lo è. Saper scrivere le specifiche è molto complesso. Saperle scrivere bene è complesso.
Ed è quello che determina la qualità. Ma praticamente puoi fare tutto. Puoi fare autonomamente tutto.
È incredibile. E insisto sul fatto che non serve neanche scrivere le specifiche. Devi farti fare domande. Scrivere specifiche è difficile: devi tirar fuori dalla tua testa, devi avere intanto un’idea di come si scrivono, poi devi riempire tutti questi campi, tutti questi paragrafi. È difficile.
Tu dici “fammi domande” e l’AI ti risponde e te le scrive lui. E poi sei tu.
Infatti dicevo: lo sforzo si è spostato dalla scrittura del codice alla scrittura delle specifiche. Quello che fa la differenza oggi è sapere quello che veramente serve.
Perché ho fatto l’esempio del tuo computer? Perché tu sai quello che serve a te: sei tu il tuo cliente. Quindi è difficile che sbagli.
Appena cominci a fare app per terzi, è facile invece — come fanno tante startup — partire convinti che al mondo serve quella cosa, e poi al mondo quella cosa non interessa.
Il valore, lo sforzo, si è spostato nel capire cosa serve. Io per esempio faccio delle consulenze per aziende che integrano le AI. La difficoltà è capire cosa vogliono, perché appena glielo chiedi cominciano a dire “ma in realtà questa cosa potremmo farla meglio”, oppure non ti dicono una cosa che danno per scontata.
La difficoltà è mettere giù su carta cosa serve. Poi farlo diventa…
Devo dirti: è sempre stato così, eh.
Infatti! Prima c’era quel problema più la programmazione.
Adesso l’iterazione è più veloce. Se tu dici “mi serve che faccia un gestionale fatto così”, glielo fai velocemente. “Ah no, però non così.” L’iterazione adesso non è più tra tre settimane, ma tra due giorni.
Va bene, mi fa molto piacere questa chiacchierata. Sicuramente ci sarà occasione in futuro, quando inizieremo a vedere le startup — anch’io sono convinto che arriveranno. Tra l’altro ce ne sono alcune già attive: sto pensando ad esempio a Takyon in Italia, che sta facendo cose molto interessanti. Magari ne parleremo. Grazie Luca, ci sentiamo presto.
Luca De Giglio è co-founder di TRIPS Community e si occupa di Web3 e blockchain applicati al settore travel dal 2017.









