Col Covid il turismo è cambiato, diverso, più forte

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Un sacco di tempo che non scrivo di turismo. Non sono mancata a me stessa, immagino di non essere mancata neanche a tutti quei nani, che, in un’epoca caratterizzata dal vuoto cosmico di politica turistica, si ergono a giganti di un settore che, se ce ne fosse bisogno, ha dimostrato ancora una volta la propria vacuità.

In tanti hanno detto e scritto che dopo la tragica esperienza del Covid più acuto, il settore sarebbe rinato cambiato, diverso, più forte e che, necessariamente, sarebbe stato più attento alla qualità, alla sostenibilità, al valore delle relazioni. In effetti cosi è stato, ma forse non come ci si attendeva. 

Il turismo è cambiato, diverso, più forte

Cambiato: la carenza di personale in sala è stato un bel cambiamento radicale a pensarci bene. Ci siamo trovati davanti ad una presa di coscienza collettiva in merito al fatto che servire gli altri non è passione&vocazione, ma lavoro spesso duro e faticoso, e il lavoro duro e faticoso si paga come e più degli altri.

L’aspetto retributivo è tuttavia solo una parte di un problema più ampio che riguarda gli ammortizzatori sociali più in generale e la formazione/vocazione più direttamente.

Negli istituti alberghieri si studiano sempre meno l’analisi transazionale e libri come “Io sono ok, tu sei ok” “A che gioco giochiamo” o “Ciao!… e poi?” di Eric Berne con la conseguenza che l’idea di servizio (anche nel turismo) si sovrappone a quella di sottomissione. Con tutte le accezioni che il termine sottomissione implica, soprattutto quelle più negative. 

All’estero, dove il pragmatismo docet anche in campo turistico/lavorativo, qualche azienda anziché cercare dipendenti, offre esperienze di volontariato in struttura dove fare i piatti, servire le colazioni, pulire le camere, rifare i letti… Si insomma, lavorare per chi è in vacanza. E nulla, hanno la fila. (Vado spesso a Tilburg e si, è tutto vero, nessuna fake news).

Il turismo è cambiato, ma forse non come speravamo noi. 

Diverso: diversissimo: prenoti un villaggio in pensione completa e tac!, in pieno agosto ti ritrovi in b&b perché il personale di camere & cucina si licenzia tutto insieme.

Ok è argomento del punto precedente, ma vuoi mettere l’adrenalina si sentirti dire, magari dopo 1 anno senza ferie, appena dopo aver lasciato le valige in camera: ”Abbiamo previsto per te un soggiorno veramente diverso. Hai 3 alternative: essere spostato al Nausica con rimborso delle notti precedenti, restare con servizio solo di b&b e rimborso del 80% oppure andar via e rimborso 100%” (citofonare Futura Club Acciaroli per avere informazioni).

E se questa diversità, tantoooo uguale al passato, va a braccetto con “passo in agenzia a ritirare i documenti” e trovi la serranda abbassata perché l’agente di viaggio è sparito prima di Ferragosto e 380 persone lo stanno ancora cercando (citofonare Hakuna Matata Napoli), bene, significa solo una cosa: è la solita estate italiana, uguale ma diversa. Pre Covid, o (quasi) post Covid. Tutto cambia per non cambiare. 

Che dire poi di quelle amministrazioni che vogliono un turismo diverso perché quello (quasi) post Covid è povero e caciarone? San Teodoro ad esempio: 5 mila abitanti d’inverno e 120 mila presenze al 20 di agosto, con le discoteche chiuse e gli assembramenti spontanei in ogni angolo del paese.

In una nazione civile, la programmazione dei flussi viene fatta a monte, non si lasciano da soli gli amministratori locali a governare processi e strumenti di cui non dispongono. Non si può e non si deve ignorare che quelle amministrazioni locali che hanno uomini e mezzi per “gestire” 5 mila residenti che pagano, o dovrebbero pagare, tasse e tributi, si trovano a dividerne i servizi con 120 mila persone al giorno che impattano sicuramente sull’economia locale.

Ma quale economia? E la pressione antropica sugli ecosistemi ambientali e sociali? Che capacità di carico possono sostenere il paese e le sue spiagge? Ecco, nella mia ingenuità un anno di stop avrebbe dovuto servirci per studiare, programmare, agire. Invece no, ma sono sicura che se San Teodoro fosse stato un borgo e non una ridente località marino-balneare sarebbe stato considerato più e meglio dalla programmazione turistica nazionale. 

E per non sembrare troppo e sempre #sardocentrica, ecco che lo stesso problema lo ritroviamo a Porto Cesareo: sei mila residenti registrati all’anagrafe, duecentomila turisti al giorno ad agosto. Se qualcuno conosco il sindaco di questo paese gli dica di contattarmi: potrei organizzare un bel gemellaggio tra comuni in sofferenza che anelano ad un turismo DIVERSO, l’importante che accettino di inserire nel loro nome “borgo” cosi la strategia di successo è presto fatta.

Nel piano di destination marketing del Montenegro di 15 anni fa, la capacità di carico e l’utilizzo di strumenti turistici sostenibili erano un pre requisito: in tanti piani di marketing nazionalpopolari, spesso figli del copia incolla, capacità di carico e sostenibilità sono elementi accessori. San Teodoro e Porto Cesareo oggi, sono il risultato di questa miopia che mette i metri cubi prima dell’ambiente, e il tasso di occupazione prima della programmazione turistica.

Avendo studiato Doxey e il suo “modello di irritazione”, mi è facile affermare che a livello nazionale, regionale, e comunale, bisogna muoversi adesso per evitare tutta una serie di conseguenze a livello sociale, che il caro Doxey aveva già previsto nel 1979.

Quanti San Teodoro e Porto Cesareo avremmo potuto evitare se “chi decide il turismo” lo avesse studiato, e soprattutto, capito? 

Se il turismo diverso (post) Covid è questo, ridatemi l’altro. 

Più forte: ho cercato una strategia, una visione, un qualcosa che mi facessero capire che si, il turismo (quasi) post Covid è una opportunità per tutte quelle destinazioni (micro o macro) che pianificano il ben-essere di turisti e comunità ospitante. Purtroppo, tranne qualche flash sul turismo dei borghi (e quindi del supporto politico e finanziario alle amministrazioni locali) e sulla tappa italiana della via Francigena a livello italiano non ho trovato molto

Switchando dall’italiano all’inglese, sotto la voce “recovery plan tourism Italy” ho trovato questo, Tourism 4.0: Relaunching tourism through digitization (digital tourism hub) • Refinancing of the Tourism Fund (EUR 150 mln) to support high-end hospitality • Enhancement of cultural sites and of historical gardens, improving the attractiveness of villages in internal areas • Cultural and Creative Industry 4.0: investing in Cinecittà Studios, digitizing cultural and creative industries” e ho capito che non serve cambiare governo, partito, ministro se poi il Very Bello vince su tutto e chi vive di turismo (dati, strategia, azioni, controllo, analisi, feedback) resta al palo e non gli resta che guardare cosa fanno gli altri.

Analizzare “tourism recovery plan” internazionali aiuta a conoscere gli strumenti per interagire con un turismo (quasi) post covid e gestirne le opportunità e conseguenze: trovo molto utili quello sudafricano e quello australiano dove è possibile essere aggiornati sui singoli progetti di marketing ed il loro stato di avanzamento. Poi rileggo il nostro italico recovery plan tourism con il suo marziano digital tourism hub (essendo figlia di Italia.it e di tutti  traumi conseguenti sono un po’ prevenuta, sorry), gli internal areas = borghi, gli investimenti su Cinecittà, mi dico “perché sono nata turisticamente qui e non in Sudafrica o Australia, ad esempio?”.

Cerco di consolarmi un po’ leggendo i giornali nostrani, anche quelli di settore, e wooooooowwww !, scopro che quest’estate il turismo in Italia è andato alla grande, alla grandissima: percentuali di occupazioni altissime grazie agli italiani che hanno scelto di rimanere in Italia per aiutare la nostra economia. 

Oh wait! No, non l’hanno scelto, sono stati obbligati a restare in Italia e rinunciare alle mete di medio e lungo raggio perché, stante la situazione Covid, tutti i viaggi non lavorativi su mete più o meno esotiche sono stati vietati dagli organi competenti.

Come?, avete per caso visto post, storie, foto, video di vip, starlette, influencer da Maldive, Dubai, ed altre mete fighissime e non credete che ai comuni mortali sia vietato fare la stessa cosa? Chiedete alle agenzie e tour operator specializzati su quelle destinazioni che fanno la fame solo perché rispettano la legge ed hanno il fegato amaro guardando le foto dei loro clienti più furbi che emulano i personaggi famosi grazie a strutture compiacenti che emettono “inviti” lavorativi per chi bypassa il turismo organizzato.

Tutto ciò, prevedibile e gestibile da chi il turismo lo ha studiato e quindi raramente lo amministra, non interessa a nessuno visto che siamo a fine stagione e la strategia su corridoi sanitari, mete sicure, apertura delle destinazioni attraverso rapporti istituzionali tra Ministero del Turismo (?), degli Affari Esteri, della Salute e Associazioni di categoria sono ancora al punto di partenza.

Forse a Dicembre si potrà vendere ufficialmente qualche viaggio per destinazioni a medio/lungo raggio   ma gli investimenti più consistenti continueranno ad andare a qualche borgo nostrano. Perché un borgo al giorno toglie il medico di torno. Lo sanno tutti. 

E si, il turismo (quasi) post Covid è veramente più forte, anzi, fortissimo.

Avevamo tra le dita il poker per cambiare veramente le cose, per disegnare un turismo italiano cambiato, diverso, più forte e abbiamo passato la mano. Oramai siamo tutti occupati a programmare la nostra inutile presenza a borse e fiere turistiche, a rispolverare tailleur e sorrisi d’ordinanza, strette di mano di cortesia e pugnalate alle spalle, programmi vetusti con copertine sgargianti, esperienze che odorano di escursioni e di pacchetti turistici modello “charity business” che rimandano tanto al religiosissimo Thomas Cook. 

Seppur cambiato, diverso e più forte, ci meritiamo questo turismo (quasi) post covid e tutto ciò che ci sta per cadere addosso grazie a finanziamenti europei che Paperone scansati proprio e nessuna visione a lungo termine. 

Sino alla prossima crisi internazionale, sino ai prossimi finanziamenti europei, come in una perpetua ruota da criceti dove chi chiede visione, programmazione, strumenti, verifica dei risultati e controlli sulle performance verrà considerato sempre e solo un polemico rompicoglioni.

 

© foto di copertina Frank Holleman su Unsplash

Tiziana Tirelli

Tiziana Tirelli scrive e coordina progetti di sviluppo turistico per committenti pubblici e privati con particolare riferimento alla creazione di prodotti trasversali, comunicazione, promozione ed internazionalizzazione. Consulente per diversi tour operators in Italia ed all'estero, periodicamente si dedica all'alta formazione per conto di università italiane e realtà di primaria importanza anche in Giordania e Tunisia. Attualmente è impegnata in attività consulenziali per realtà aeroportuali, la sua cifra professionale è quella di voler creare ponti tra realtà on line ed off line del mondo turistico.

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