Il turismo de’ noantri non c’entra una cippa con Next Generation EU

Il turismo de’ noantri è un insieme di desideri e slogan. Ne cito alcuni: piccolo è bello, il turismo vale il 13% del PIL, il turismo è il nostro petrolio, abbiamo il primato dei siti UNESCO, turismo delle origini, turismo dei borghi, cammini. Mi scuso con i sostenitori degli slogan che ho tralasciato, ma ci siamo capiti. Ecco, questo turismo non ha niente a che fare con il programma di investimenti Next Generation EU.

L’Italia, un paese in lento e in costante declino

L’Italia è un paese in lento ma in costante declino.  Chi ha votato in massa i sostenitori della decrescita felice dovrebbe comprendere una semplice verità. Sebbene i soldi non comprino la felicità, con pochi soldi abbiamo scelte limitate  rispetto alle cose a cui tutti teniamo come cultura, istruzione, assistenza sanitaria, abitazione, viaggi. E mi riferisco sia alle scelte private, sia a quelle collettive (tramite la spesa pubblica). Un indicatore utile per comprendere il declino italiano è il reddito disponibile perché ci dice come stanno le tasche delle famiglie italiane dopo aver pagato tasse e contributi allo Stato. Il reddito disponibile degli italiani, ancora prima del COVID, era a livello  di fine anni 90.

Le conseguenze? In Italia si vive a lungo (abbiamo gli anziani più longevi d’Europa), ma lo stato di salute degli ultimi anni di vita dei nostri anziani è tra i peggiori d’Europa. Il tasso di partecipazione degli italiani alle attività culturali è tra i più bassi d’Europa (solo in Croazia, Romania e Bulgaria si consuma meno cultura che da noi). Siamo tra paesi meno istruiti del mondo avanzato. E dulcis in fundo.  Nel 2019 solo 4 italiani su 10 hanno fatto una vacanza, cioè hanno dormito almeno una note fuori casa per leisure. Un dato simile a quello registrato negli anni ’80.  L’Italia che ho appena impietosamente descritto è una sintesi statistica. Non tutti gli anziani vivono male.  Ci sono alcune provincie e città italiane dove la partecipazione alle attività culturali è a livello degli altri paese europei. Lo stesso vale per l’istruzione e per la possibilità di andare in vacanza. Il punto è che queste isole felici, concentrate soprattutto al centro-nord, si stanno assottigliando.

Perché? Quali sono i motivi del declino di tanti territori (da nord a sud) del nostro amato paese? E perché i territori che entrano a far parte del club del declino aumentano anno dopo anno? Ci sono molte spiegazioni, ma un minimo comune denominatore: la bassa produttività. L’assenza di crescita della produttività è il male oscuro dell’economia italiana. Lo ha confermato il Piano nazionale di riforma, varato a inizio luglio da parte del governo italiano, che la considera una delle priorità su cui bisogna lavorare nei prossimi anni. Le cause della scarsa produttività sono note e condivise tra gli addetti ai lavori. I ministri dei Governi che si sono succeduti negli ultimi 20 anni hanno firmato tonnellate di documenti dove cause e rimedi sono state formalizzate. Purtroppo, affrontare queste questioni non porta voti e quindi cause e rimedi non sono argomenti di campagna elettorale, di scelte di politiche e di bilancio pubblico.

A cosa servirebbe il mitico Next Generation EU

Per nostra fortuna, ci potrebbe essere il Next Generation EU, un argomento per il quale ci sarebbe bisogno di una sana discussione pubblica, a partire da cosa sia. Se volete andare oltre la superficie, vi propongo una spiegazione della bravissima Mia Ceran per Will media.  I più secchioni possono andare sul sito della Commissione Europea dove le cose sono spiegate (in inglese)  bene e nei dettagli. I soldi della Recovery and Resilience Facility, non servono a finanziare tutte le cose buone, giuste e fonte di salvezza (per i proponenti) che sarebbe ipoteticamente utile finanziare. Come ricorda Massimo Bordigon su Lavoce.info,

servono, accompagnati da riforme adeguate, a rimuovere la lunga lista di vincoli strutturali che hanno impedito al paese di crescere negli ultimi 20 anni, puntigliosamente elencati nel documento presentato dal governo. Devono anche rispettare gli orientamenti europei che i nostri stessi rappresentanti in Europa hanno contribuito a definire, cioè investire soprattutto in economia digitale e sostenibilità ambientale, il mondo del futuro. Infine, servono anche a rendere il paese più resistente alla prossima, prevedibilissima, catastrofe sanitaria o ambientale.

Il sito della Commissione fa anche un lungo elenco di esempi per rendere le idee più chiare. Infine, un recente articolo sulla Voce.info spiega perché le risorse del recovery plan non possono finanziare il festival permanente di bonus che pare essere diventata la nostra politica economica.

Perché il turismo non merita di essere al centro del Next Generation EU

Torniamo al nostro amato settore. Cosa c’entra il turismo con la produttività o col il futuro del nostro paese? Niente o poco, se vogliamo essere sinceri. Il turismo non è il nostro petrolio. Per un paese avanzato (o che vorrebbe essere tale), il fatto che il turismo contribuisca al 13% del Pil ( che non è poi così vero) dovrebbe essere motivo di preoccupazione. I settori economici che dipendono dalla domanda turistica, in particolare l’ospitalità, si caratterizzano per essere quelli a più bassa produttività. Detta in altri termini. Vi piacerebbe vivere in un paese dove la maggior parte delle persone guadagna un salario molto basso e non ha speranza di aumentarlo?

Ma gli altri paesi stanno coprendo d’oro il nostro settore, scrivono alcuni. Non è vero che la Germania intenda investire 35 miliardi del recovery fund di EUR nel turismo come si legge in articoli e post poco informati. E’ vero invece che la Francia preveda un fondo di 50 milioni di EUR per le piccole imprese dell’ospitalità localizzate in particolare nei comuni rurali con meno di 20.000 abitanti. Il vincolo di destinazione del fondo, coerentemente alle indicazioni della Commissione UE, è molto chiaro:  investimenti per conseguire risparmi energetici, minimizzare l’impatto ambientale e mitigare l’impatto del clima. Si tratta di un fondo inserito nel contesto della strategia della coesione sociale, cioè rivolto ad imprese localizzate in aree marginali.

Capisco la frustrazione di molti operatori del settore. La Germania, come altri paesi che con sufficienza chiamiamo frugali, per lenire le perdite causate dal COVID, ha messo a disposizione delle proprie imprese dell’ospitalità fondi e strumenti di garanzia che superano ben oltre  quelle stanziate al nostro Governo. L’ha potuto fare proprio perché frugale e ha quindi un bilancio in ordine. Il nostro bilancio pubblico non lo è. Non è solo colpa di questo Governo che, tuttavia, come quelli che lo hanno preceduto continua a fare debiti per cose di dubbia utilità e rinvia le scelte su come investire per rilanciare la produttività. Il Piano presentato a tal fine non solo non è adeguato e coerente con i criteri della Commissione, non è neanche adeguato alla discussione. Qualcuno di voi che si lamenta dei 3,5 miliardi per cultura e turismo,  ha capito a cosa servirebbero?

Prima di lamentarsi e continuare con l’atteggiamento corporativo, torniamo a studiare e a proporre visioni di lungo periodo. C’è tanto da guadagnare.

Photo by Markus Spiske on Unsplash

Antonio Pezzano

Antonio Pezzano

Antonio Pezzano assiste enti pubblici e organizzazioni turistiche a disegnare e attuare politiche e progetti che creino valore economico. Il suo ruolo é fornire dati e fatti concreti a chi prende le decisioni. E’ stato per conto della Commissione Europea coordinatore della rete di destinazioni turistiche europee di eccellenza EDEN.

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2 Commenti
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    Beppe Giaccardi
    Dicembre 29, 2020

    Gentile Antonio, analisi cruda e credibile, grazie. Purtroppo fatitchiamo a sviluppare un confronto ampio e profondo e non preconcetto su idee e soluzioni, e questo è il nodo. Serve forse un salto generazionale, una rivoluzione di genere, una distruzione creativa di “policy” inefficaci o tutte questo assieme? Che ne pensi? Ciao, auguri

    • Antonio Pezzano
      Antonio Pezzano
      Dicembre 30, 2020

      Si, Beppe concordo. Ma c’è un problema a monte che ha evidenziato Giovanna Manzi nel condividere questo post. Copio e incollo da Giovanna: il problema dell’Italia è che ci si informa sui titoli dei giornali, si studia pochissimo e non si legge abbastanza

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