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ESG è un buzz-acronimo. Per chi non la conoscesse sta per Environmental, Social and Governance investing.

È un tentativo di far funzionare meglio il capitalismo nell’affrontare le questioni che riguardano l’ambiente, più specificatamente il cambiamento climatico. I giganti della finanza  affermano che più di un terzo dei loro beni, (circa $ 35 trilioni in totale), sono monitorati attraverso un approccio ESG. L’affermazione di questo standard risale al 2004. L’idea è che gli investitori dovrebbero valutare le aziende non solo in base alla loro performance finanziaria e commerciale, ma anche alla loro situazione ambientale e sociale e alla loro governance, utilizzando tipicamente punteggi numerici. 

Si tratta di uno standard utilizzato per le aziende quotate. Mutatis mutandis, nel settore turistico abbiamo schemi simili (nello spirito) sia per le aziende non quotate e per le stesse destinazioni turistiche. Il più famoso di questi sono gli standard fissati dal Global Sustainable Tourism Council. Ci sono poi altre iniziative sia a livello nazionale, ma soprattutto internazionale. Qui una utile rassegna. 

Qualche mese fa l’Economist ha pubblicato uno speciale sul tema ESG ponendo tre critiche molto centrate che spiegano in modo efficace i limiti di questi sistemi. Mi trovo completamente d’accordo con le tesi del famoso magazine. Anche perché sono le stesse che io posi al gruppo di lavoro incaricato dalla Commissione Europea di individuare un sistema di indicatori per valutare la sostenibilità delle destinazioni turistiche. Facevo parte di quel gruppo di lavoro, ma ero in isolata minoranza :-). Le ripercorro velocemente perché penso sia utile andare oltre la superficie di cipria che riveste questi temi.

Sviluppare un turismo più sostenibile non vuol dire viaggiare piano o andare in campagna. Per le imprese, come per le autorità locali che gestiscono e investono su un territorio, ambire a un turismo più sostenibile significa decidere considerando dei trade-off.  Purtroppo, gli standard a cui ho accennato prima sono utopistici nel senso che pongono una serie di obiettivi su tante questioni (ambientali, economiche, sociali), senza fornire una guida coerente per fare i compromessi (i trade-off, appunto). Ad esempio, le micro e piccole imprese (rigorosamente locali) sono indirettamente osannate sotto tanti profili, ma le possibilità di fare carriera e di una buona paga per chi ci lavora (e non è proprietario) sono molto più scarse che in una media e grande impresa (internazionale). 

Il secondo problema, soprattutto a livello di destinazione, è la responsabilità. Chi è responsabile delle azioni e degli effetti di quelle azioni? La destinazione è un concetto geografico. Non è un ente o una organizzazione dove possiamo leggere il nome e il cognome di chi fa cosa. La misurazione di una serie di parametri a livello amministrativo serve solo a continuare a parlare di problemi, non a capire come risolverli. È vero, esistono problemi di azione collettiva. Ma questi problemi si risolvono sole se queste azioni hanno una governance chiara dove si sa chi decide, chi si prende gli impegni, chi fa e che risultati porta a casa. 

Terzo, c’è un problema di misurazione. Gli indicatori di questi standard non considerano il contesto più ampio in cui opera chi deve metterle in pratica. Gli indicatori quantitativi sono poi il risultato di un pensiero accademico che raramente è sceso dalla torre d’avorio. Perché il rapporto tra pernottamenti e abitanti superiore a 1 è segnale di un problema? In base a quale ricerca questo valore costituisce un livello di guardia senza considerare dimensione della superficie, tipologia di destinazione e altri parametri di contesto?  

Cosa fare allora per promuovere un turismo più sostenibile nelle destinazioni turistiche? La via degli standard e delle linee guida per misurare e informare può essere utile (insieme ad altri strumenti). Tuttavia, chi intende adottarli dovrebbe spingere per modificarli. Il primo passo in tan senso è focalizzarli su obiettivi circoscritti.

Anche a volersi concentrare sui soli obiettivi ambientali, bisogna ricordare che l’ambiente è un termine onnicomprensivo, che include biodiversità, scarsità d’acqua e così via. Un esempio promettente in tal senso è stato proposto dalla Travel Foundation con l’approccio descritto nel rapporto Invisible Burden. Il rapporto fa una proposta molto chiara su come le destinazioni (o meglio le autorità pubbliche che hanno specifiche responsabilità) devono scoprire e rendere conto dei costi nascosti del turismo, indicati come “onere invisibile”, per proteggere e gestire le risorse vitali di un luogo.

Insomma, chi vuole occuparsi di questi temi si trova davanti un trade-off. Seguire la corrente e continuare a parlare in modo generale, cioè usare la cipria, oppure indossare gli stivali, andare sul campo e affrontare un problema per volta. 

 

* © foto di copertina Daniel Sinoca su Unsplash 

Antonio Pezzano

Antonio Pezzano assiste enti pubblici e organizzazioni turistiche a disegnare e attuare politiche e progetti che creino valore economico. Il suo ruolo é fornire dati e fatti concreti a chi prende le decisioni. E’ stato per conto della Commissione Europea coordinatore della rete di destinazioni turistiche europee di eccellenza EDEN.

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Antonio Pezzano assiste enti pubblici e organizzazioni turistiche a disegnare e attuare politiche e progetti che creino valore economico. Il suo ruolo é fornire dati e fatti concreti a chi prende le decisioni. E’ stato per conto della Commissione Europea coordinatore della rete di destinazioni turistiche europee di eccellenza EDEN.

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