In un periodo come questo, la ricerca di modelli turistici che sappiano coniugare esperienza di viaggio e rispetto per la natura è all’ordine del giorno.
Malgrado l’Alaska possa senza dubbio offrire degli spunti di analisi, la presente riflessione si concentra su qualcosa di molto diverso.
Il protagonista di questo articolo non è il ghiaccio, né il patrimonio naturalistico. Il protagonista di questo articolo è il petrolio. O meglio, di come l’Alaska, all’incirca 50 anni fa, ha deciso di regolare la gestione delle rendite derivanti dalla vendita del petrolio.
Quando l’Alaska comprese che il petrolio avrebbe avuto una rilevanza economica importante e di lungo periodo, adottò una scelta che, oggi come allora, rappresenta una sorta di unicum internazionale: l’Alaska riconobbe infatti il petrolio come un bene comune, e in quanto tale, appartenente a tutti i cittadini. A fronte di tale condizione, istituì uno strumento, l’Alaska Permanent Fund Corporation, che proprio quest’anno compie mezzo secolo, un fondo che investe i rendimenti derivanti dalla vendita del petrolio e che distribuisce dividendi ai cittadini residenti selezionati come idonei.
Questo meccanismo è forse uno dei modelli più corretti di “legame” tra bene pubblico e beneficio individuale. Ciò che il fondo eroga, infatti, non è affatto una misura di welfare: è una rendita sulla “proprietà”.
Nel tempo, il fondo ha naturalmente acquisito un ruolo molto importante, e parte dei profitti vengono comunque inseriti all’interno del bilancio pubblico. Ma la presenza di quella quota di dividendo che retribuisce i cittadini resta un elemento che dovrebbe indurre più di una riflessione.
Sotto il profilo “politico”, infatti, un bene è pubblico perché appartiene a tutti. O meglio, a tutti i cittadini residenti di un determinato territorio. Se questa condizione è realistica, un bene pubblico che genera redditi allora deve redistribuire almeno parte di tali redditi ai cittadini.
Molti diranno che tale condizione è quasi sempre rispettata: se un asset pubblico genera un beneficio economico, tale beneficio viene immediatamente registrato all’interno del bilancio pubblico, condizione che implica un trasferimento indiretto ai cittadini, perché tali risorse aggiuntive sostengono parte della spesa che, in loro assenza, i cittadini dovrebbero sostenere.
Condizione realistica, se il bilancio pubblico avesse un ruolo “neutro”, e l’amministrazione fosse tanto efficiente da generare redditi ulteriori da tali risorse economiche. Neutralità ed efficienza, però, non sono le prime qualità che vengono generalmente attribuite alla Pubblica Amministrazione. Soprattutto nel nostro Paese.
Il collegamento con il turismo è chiaro: se il turismo genera, per il territorio, un maggior ricavo, allora parte di quel ricavo deve essere redistribuito tra i cittadini, o almeno parte dello stesso.
La gestione delle risorse pubbliche, infatti, non sempre è tale da garantire che un euro in più di spesa corrisponda ad una quantità più o meno definita di benefici per i cittadini.
Non perché lo Stato riconosca in tali cittadini dei soggetti meritevoli di welfare, ma perché lo stato riconosce nei propri cittadini i proprietari ultimi delle risorse del territorio che possono essere inserite in specifiche catene di creazione del valore.
Il turismo a Napoli appartiene anche ai napoletani. Così come il turismo a Roma coinvolge e appartiene anche ai romani. E appartiene a questi cittadini non in base ad una generosità amministrativa, ma per diretta competenza.
La gran parte delle ragioni per le quali l’Italia è oggi al centro dell’interesse turistico può essere intesa come di bene pubblico, o quantomeno di “proprietà collettiva”. Il patrimonio naturalistico, ad esempio, pur avendo un’appartenenza “pubblica”, non appartiene al Comune, che è solo chiamato ad amministrare le ricchezze di un territorio su mandato dei cittadini.
Pur senza voler entrare nel dettaglio tecnico-scientifico, che rischierebbe soltanto di complicare la questione, l’intero concetto che qui si vuole esprimere è che se un Paese beneficia economicamente dallo “sfruttamento” economico di un bene pubblico, è chiamato a riconoscere ai propri cittadini una quota parte di tale bene.
Una tale affermazione modificherebbe non solo come i cittadini percepiscono i flussi turistici, ma rivoluzionerebbe in modo evidente anche il rapporto tra cittadini e cose e luoghi di tutti, non solo in termini turistici, ma anche in termini di valorizzazione del territorio.
Se un cittadino, del tutto disinformato, percepisse una piccola rendita generata dai benefici economici sistemici generati all’interno del Paese da un bene pubblico, allora il suo rapporto con il territorio sarebbe sicuramente differente da quello che invece spesso accade.
Soprattutto, un modello di questo tipo, applicato al turismo, permetterebbe alle persone di sentirsi di nuovo “proprietari di casa”, smettendo così di sentirsi ostaggi dei flussi internazionali.
Oggi, infatti, il mondo della proprietà in Italia, fin troppo spesso, si divide in proprietà “privata” che è quella che appartiene al cittadino, e proprietà “dello Stato”, e vale a dire proprietà terza rispetto alla propria persona.
Questo meccanismo potrebbe di fatto modificare tale approccio, e questo potrebbe essere un incentivo a cooperare ai fini della valorizzazione del territorio.
Il turismo, in questo senso, è probabilmente una delle industrie che meglio si qualifica per la creazione di “test-pilota”. Presenta una catena di creazione del valore già di per sé diffusa; si sviluppa spesso su dimensioni che appartengono a tutti i cittadini, materiali o immateriali che siano: genera, come ogni anno si ripete con sempre maggiore convinzione, una quota consistente dell’interno Prodotto Interno Lordo nazionale.
Rendere il turismo un’industria “collettiva” (e non statalizzata), potrebbe essere davvero un modello in grado di “catturare” e trasferire ai cittadini, benefici derivanti da patrimoni e da industrie immateriali. Una sfida che sarà prima o poi necessario affrontare.









