Turismo sostenibile. Una bulimia di ricerche con poco valore nutrizionale per le nostre decisioni

Turismo sostenibile. Cosa insegna il biologico?

La seconda stagione di Searching for Italy di Stanley Tucci mi ricorda il rapporto di osmosi tra enogastronomia e turismo. Parto da questa osservazione, perché ritengo che il grande volume di ricerche e analisi sull’agricoltura biologica hanno molto da insegnare agli operatori turistici che vogliono promuove prodotti turistici come forme di consumo consapevole. 

Parto da una impressione personale confermata da molti studi. L’etichetta biologico è un grande successo di marketing; permette ad ognuno di noi di fare una scelta di consumo consapevole per la nostra salute e per l’ambiente. Dagli Appennini alle Ande, la stragrande maggioranza delle persone intervistate sono d’accordo o molto d’accordo con questa affermazione. Ma è davvero così? Stiamo osservando una rivoluzione di consumi che ci traghetta verso un mondo più sostenibile?

Le ricerche di mercato  ci dicono che i consumatori hanno in generale un atteggiamento positivo verso il cibo biologico e, di conseguenza, si dicono pronti ad acquistarlo. Non solo, le stesse ricerche registrano un consumo consapevole, nel senso che i consumatori traducono il concetto di biologico negli stessi termini: naturale, salutare e rispettoso dell’ambiente. Si tratta di un trend in continua ascesa, cioè si allarga la fetta di coloro che hanno un atteggiamento positivo. Tuttavia, stiamo ancora parlando di una nicchia. 

Se è vero che il consumo di cibo biologico cresce ogni anno, la quota di mercato dello stesso si aggira intorno al 5-6% con punte del 12% in Paesi come la Danimarca. Una quota che cresce ogni anno, ma a ritmi molto diversi da quelli suggeriti dalle indagini sulle intenzioni di acquisto. In aggiunta, nel paniere finiscono quasi e sempre solo gli stessi beni, cioè uova, latte, frutta  e verdura. La vendita di altri prodotti biologici è molto limitata. Perché? 

Gli psicologici lo chiamano attitude-behaviour gap, cioè un fenomeno che si verifica quando le persone agiscono in un modo che contraddice i loro valori. Il gap tende ad aumentare, quanto più i temi in discussione sono socialmente sensibili. Se ti domandano se sei a favore di un cibo (biologico) che ritieni sia più salutare e che è socialmente pompato, ovviamente (e con entusiasmo) rispondi di si. 

Questo gap è facilmente misurabile in molti contesti. Ad esempio, in Germania, dopo gli USA il mercato più grande del mondo per alimenti biologici, una recente ricerca ha fatto luce su questo argomento utilizzando i dati del panel di famiglie di una nota società di ricerca (GfK). Si tratta di un panel del quale si conoscono preferenze (attraverso indagini) e comportamenti di acquisto (attraverso una carta, tipo quelle fedeltà che utilizziamo al nostro supermercato). I risultati della ricerca sono illuminanti. Quasi un terzo delle famiglie si è dichiarato parzialmente o pienamente d’accordo con le seguenti affermazioni: “Quando compro cibo, preferisco gli alimenti biologici” (23%); “sono disposto a pagare un prezzo più alto per gli alimenti biologici” (24%); e “Vorrei vedere un maggiore assortimento di alimenti biologici nei negozi di alimentari” (28%). Tuttavia, solo il 4% delle famiglie ha speso più del 20% del proprio budget alimentare per il cibo biologico. Per i più curiosi, il 41% ha speso meno del’1% del budget, il 37% delle famiglie tra 1 e 5%  e il 15% tra 5 e 20%. 

Facciamo finta che il consumo di cibo biologico non sia (in termini di valore monetario, mi raccomando) solo il 5-6% del mercato alimentare, ma il venti o il trenta per cento. Avremmo un mondo più sostenibile? La risposta è NI. 

Al netto dell’ambiguità del concetto di sostenibile (associamo troppi significati), la ricerca scientifica è divisa sul tema. Gli esperti sostengono che la produzione alimentare sostenibile è un compromesso tra l’ottimizzazione della resa (agricoltura convenzionale) e la minimizzazione del degrado ambientale (agricoltura biologica). A questa equazione si aggiunge il tema di come sfamare una popolazione crescente senza uso di OGM. Una tesi interessante – che ho letto in un blog di una nota università americana (nei link sotto) – sostiene che la dieta più sostenibile dovrebbe idealmente provenire sia dall’agricoltura biologica che da quella convenzionale, a seconda del tipo di alimento. La frutta e la verdura, per le quali il valore nutrizionale è la priorità principale, dovrebbero essere coltivate con metodo biologico. I cereali e le altre colture di base, per le quali la densità calorica è la priorità principale, dovrebbero essere coltivati in modo convenzionale. Il punto è che non c’è una equivalenza biologico = sostenibile 

Qual è il punto per gli operatori turistici? Perché vi ho raccontato di cibo biologico? Ci sono due ragioni. La prima è avere un confronto tra un caso di successo (il marketing degli alimenti biologici) e uno che da più di vent’anni ci prova (il marketing del turismo sostenibile). La seconda, ancora più importante, è presentarvi l’antipasto necessario a gustare la portata più importante: i limiti delle ricerche attuali sul turismo sostenibile. Scriverò su entrambi gli argomenti nelle prossime settimane. 

 

Fonti delle ricerche e dei dati citati nel post:

 

 

* © foto di copertina Kenny Eliason su Unsplash

Antonio Pezzano

Antonio Pezzano assiste enti pubblici e organizzazioni turistiche a disegnare e attuare politiche e progetti che creino valore economico. Il suo ruolo é fornire dati e fatti concreti a chi prende le decisioni. E’ stato per conto della Commissione Europea coordinatore della rete di destinazioni turistiche europee di eccellenza EDEN.

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