Il tema dell’overtourism e del turismo di massa in Italia è entrato a pieno titolo nel dibattito del settore turistico. Posto che la questione è sempre più vista come una fonte di conflitto, in particolare tra turisti e residenti, diverse sono le ricette messe in campo dagli amministratori locali. Ognuno affronta un lato diverso della questione. A Venezia hanno introdotto i biglietti d’ingresso, mentre all’estero, alle Baleari si combattono gli affitti brevi e a Barcellona è stato messo un tetto ai crocieristi, considerati troppi e con una capacità di spesa non soddisfacente.
La forte crescita dei flussi turistici in Puglia, negli ultimi 15 anni, ha posto più volte l’accento sulla questione dell’overtourism anche in questo territorio. Secondo il nuovo Indice Complessivo di Sovraffollamento Turistico (ICST) nel report Demoskopika, la Puglia è ancora lontana dai livelli di pressione che caratterizzano le grandi destinazioni italiane già in una fase critica. La classifica nazionale vede Rimini in testa con un indice normalizzato di 141,5, seguita da Venezia con 137,3 e Bolzano con 131,6. Poi ci sono Livorno, Napoli, Milano, Trento, Roma e Verona, tutte oltre quota 110, una fascia che Demoskopika definisce di sovraffollamento “Molto Alto”.
Il report misura l’overtourism attraverso cinque indicatori: la densità turistica, ossia il rapporto tra presenze e superficie territoriale; la densità ricettiva, data dal rapporto tra posti letto e superficie territoriale. Quindi intensità turistica che misura invece il rapporto tra le presenze e la popolazione residente; l’utilizzazione lorda ossia la saturazione delle strutture ricettive, e, forse il più significativo dei nostri tempi, il parametro relativo ai rifiuti urbani ottenuto calcolando la quota di immondizia prodotta attribuibile al settore turistico.
Da qui si capisce come l’overtourism non si limiti alla semplice conta dei turisti, ma misuri quanto il fenomeno incida concretamente sulla vita delle comunità locali.
La Puglia, invece, si trova in una situazione diversa rispetto a quanto appena visto. Tutte le province sono sotto quota 100, quindi non nelle fasce “Alta” o “Molto Alta” indicate dal report. Lecce, simbolo dell’esplosione turistica regionale, si attesta al quarantesimo posto a livello nazionale con 99,7 punti. Brindisi a 98,4, Bari è a 97,7, Foggia a 96,1 e Taranto si ferma a 94,4. Numeri che raccontano una realtà meno drammatica di quanto spesso si percepisca. Un conto è vivere la congestione stradale e balneare durante i mesi estivi, come sovente accade in Puglia, e un altro conto è trovarsi di fronte a un territorio strutturalmente sovraccarico, come avviene tutto l’anno in alcune città del mondo simbolo del turismo di massa.
Ancora qualche dato eloquente. Sul piano delle presenze turistiche Rimini registra oltre 17mila presenze per chilometro quadrato, Venezia supera i 15mila. Napoli arriva a oltre 12mila e Milano supera le 11mila. Lecce, invece, si ferma a 2mila presenze per chilometro quadrato, con Brindisi a 1.300, Bari non arriva neanche a 1.000. Anche per quanto riguarda l’intensità turistica il divario è notevole. Bolzano, per esempio, arriva a quasi 69 turisti per abitante, Venezia a 47, Rimini a 44 e Trento a 36. Lecce si attesta a 8 turisti per residente, Bari a 3 e Taranto a 2. La Puglia sta crescendo molto senza però mettere in crisi l’intero sistema. Piuttosto, il vero problema regionale sembra essere una pressione turistica non uniforme né costante, ma estremamente concentrata in determinati periodi e luoghi. Alcune località costiere vivono picchi intensi tra luglio e agosto, mentre ampie aree interne o urbane continuano a presentare enormi potenzialità di sviluppo turistico. Al contrario, Venezia convive con un turismo costante, che mette quotidianamente alla prova il funzionamento urbano, il mercato immobiliare, i servizi e persino la composizione sociale dei centri storici.
Questo non vuol dire che i rischi in Puglia siano assenti. Ed è proprio questo il momento in cui la Puglia può ancora scegliere che direzione prendere. L’immagine internazionale che ha saputo ritagliarsi la Puglia negli ultimi anni, fatta di turismo esperienziale, ristorazione tipica e investimenti di alta gamma, ha attirato un pubblico più qualificato, cosiddetto altospendente. Il turismo di fascia alta non elimina automaticamente il problema. Può portare ad altre distorsioni, primo fra tutti l’aumento dei prezzi degli immobili. Tuttavia, tende a generare una pressione numerica inferiore rispetto al turismo low cost ad alta densità. Un modello che richiede personale formato, servizi all’altezza e una gestione molto più strutturata. Servirà lavorare sulla destagionalizzazione, potenziare gli eventi culturali, valorizzare le aree interne, distribuire i flussi e investire nei servizi e nella qualità urbana.
Una sfida che richiederà una regia condivisa tra pubblico e privato, ma soprattutto tra enti locali e Regione.









